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Questo articolo è stato pubblicato il 10 marzo 2012 alle ore 08:15.

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Brian Palmer, uno dei collaboratori di Slate, ha sintetizzato efficacemente le ragioni alla base della concentrazione delle compagnie automobilistiche nel Michigan: in sostanza, un accidente storico effetto delle economie di agglomerazione. «Primo: innovatori come Henry Ford e Ransom Olds casualmente vivevano nel Michigan», ha scritto Palmer in un articolo online pubblicato il 29 febbraio. «Secondo: i dirigenti del settore auto nella Detroit di inizio Novecento si comportavano più o meno come i dirigenti della Silicon Valley oggi: passavano in continuazione da un'azienda all'altra e lanciavano nuove filiali e nuove imprese. Questa cultura di impollinazione incrociata diffuse tra i produttori di Detroit sistemi di fabbricazione innovativi e idee progettuali».

Quello che Palmer non dice è che esiste un rapporto stretto fra queste storie e la tesi in favore del salvataggio dell'industria automobilistica. Le economie di agglomerazione esistono perché il tutto è più grande della somma delle parti, perché la rete di fornitori, le competenze, l'interscambio di conoscenze supportato dalla concentrazione geografica di un settore finisce per garantire alle aziende di quel posto un vantaggio sulle aziende di altri posti. È un argomento su cui qualcosina ho scritto, nel corso degli anni. L'esistenza di importanti economie di agglomerazione implica nell'immediato che il successo o il fallimento di una singola azienda produce conseguenze sociali che non si limitano al conto profitti e perdite dell'azienda stessa. Lasciare che la General Motors colasse a picco avrebbe portato al fallimento molti dei suoi fornitori, con ripercussioni anche su altre aziende, costrette forse a chiudere anche loro i battenti.

È un argomento da maneggiare con cautela, perché può essere usato facilmente per giustificare qualsiasi tipo di intervento industriale, ma di sicuro per quanto riguarda l'industria dell'auto era uno dei principali fattori da tenere in considerazione; ed è una delle ragioni per cui l'opposizione intransigente a questa misura era economicamente infondata.

David Firestone, invece, un editorialista del New York Times, recentemente ha beccato Mitt Romney a negare che lo Stato debba occuparsi di aiutare gli americani meno fortunati a ricevere un'istruzione. In un post pubblicato il 5 marzo, Firestone ha citato Romney durante un incontro con gli elettori in una cittadina dell'Ohio, dove ha dato qualche consiglio a uno studente liceale preoccupato per il costo sempre maggiore dell'università: «Sarebbe popolare per me se mi alzassi in piedi e dicessi che vi darò soldi pubblici per pagare il college, ma non farò promesse del genere», ha detto fra i prolungati applausi della folla riunita in una fabbrica di assemblaggio di metalli high-tech. «Semplicemente, non andate nella scuola più costosa. Andate in una scuola un po' meno costosa dove potrete ricevere una buona istruzione. E non aspettatevi che il governo vi condoni il debito che vi assumete».

Proprio l'altro giorno Romney diceva che era lui, e non il presidente Obama, il vero erede di Teddy Roosevelt, perché lui era a favore dell'uguaglianza di opportunità, non dell'uguaglianza di risultati. Le sue affermazioni su Obama naturalmente erano del tutto false; ora scopriamo che erano false anche le sue affermazioni su se stesso. Solo un dato per ricordare quanto, già oggi, sia disuguale l'accesso all'istruzione superiore: secondo i dati dell'Economic Policy Institute gli studenti a basso reddito con voti alti agli esami hanno meno probabilità di finire il college degli studenti ad alto reddito con voti bassi agli esami. E il signor Romney propone di rendere il sistema ancora più disuguale. Ma lui è uno che ce l'ha fatta con le sue sole forze, è riuscito a finire l'università potendo contare solo sul reddito delle azioni che gli aveva regalato suo padre.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

© NYT SYNDICATION, 2012

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