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Questo articolo è stato pubblicato il 12 marzo 2012 alle ore 08:58.
L'ultima modifica è del 12 marzo 2012 alle ore 09:07.

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C'è un patrimonio di attitudini e di saperi che costituisce da sempre una risorsa culturale importante per lo sviluppo del nostro Paese. È la feconda combinazione fra creatività e perizia, inventiva e cognizioni pratiche, di tante imprese che, valorizzando certe tradizioni ereditate dal passato e integrandole con nuove idee e intuizioni, hanno contribuito alla crescita economica e all'evoluzione sociale dell'Italia.

A questa simbiosi fra inventiva e originalità va ascritta la genesi del "made in Italy", di un insieme di produzioni dai tratti distintivi inconfondibili, per caratteristiche qualitative o valenze innovatrici, per eccentricità o particolare eleganza. Ciò che ha concorso non solo a rendere più competitivo il nostro sistema industriale, ma a diffondere all'estero l'immagine di un Paese contrassegnato da un'intrinseca vitalità e intraprendenza.

Nella formazione di questo specifico "valore aggiunto", la sintesi fra determinati retaggi culturali della nostra civiltà ultrasecolare e le espressioni più significative della multiforme realtà sociale della nostra epoca è stata una sorta di fil rouge snodatosi nel corso del tempo. L'Italia dei cento Comuni, di una schiera di abili artigiani e mercanti, ha costituito il vivaio e la fucina di quelli che sono divenuti, negli ultimi decenni, altrettanti distretti territoriali a capo di una galassia di lavorazioni specializzate che alimentano i nostri movimenti commerciali con l'estero. In pratica, le arti, la storia, la geografia, le comunità e le istituzioni locali hanno concorso a creare un tessuto connettivo favorevole alla comparsa e all'espansione di un'ampia gamma di attività economiche, di propensioni imprenditoriali, di relazioni d'affari. E sono state altrettante leve che hanno consentito a un Paese che sembrava condannato, all'inizio della Rivoluzione industriale, a una posizione marginale, per la carenza di materie prime, di agganciarsi al processo di sviluppo e poi di spiccare il volo per inserirsi nella cerchia delle nazioni più avanzate.

Di fatto, quello del "made in Italy" è stato un lungo itinerario, iniziato tra la seconda metà del Settecento e i primi decenni dell'Ottocento, ancor prima dell'unità nazionale, in virtù delle fortune in alcuni prodotti regionali tipici apprezzati dai ceti sociali più agiati dei principali Paesi europei. Questo noviziato nei circuiti più promettenti del mercato internazionale d'allora ha reso possibile, da un lato, l'acquisizione di cespiti talora consistenti, e comportato, dall'altro, sia un costante perfezionamento delle lavorazioni sia l'apprendimento di nuove forme di negoziazione. Perciò non è stato più il sole «il vapore degli italiani», come affermava l'economista inglese Richard Cobden a metà Ottocento, bensì l'abbinamento fra genialità e maestria il fattore propulsivo del "Bel Paese", per divenire poi, soprattutto dal secondo dopoguerra, il punto di forza e la bandiera della nostra industria manifatturiera.

Il "made in Italy" è stato il risultato dell'opera sia di uno stuolo di Pmi d'impianto famigliare sbocciate dall'universo poliedrico della provincia italiana e caratterizzate da peculiari doti d'ingegnosità, sia di alcuni grandi gruppi affermatisi in alcune filiere strategiche per il loro elevato grado di innovazione e produttività. D'altra parte, se la produzione agroalimentare, l'arredamento e l'abbigliamento hanno agito da battistrada, il "made in Italy" s'è arricchito man mano di nuove specializzazioni: dai macchinari ai mezzi di trasporto, dalla metallurgia all'impiantistica, dalla chimica alle apparecchiature elettriche, ai beni d'investimento intermedi.

Tuttavia, in seguito ai radicali mutamenti susseguitisi con la globalizzazione, è ora indispensabile compiere un "salto" culturale rispetto a un paradigma come quello consistente nel binomio fra spirito d'iniziativa e singolari abilità manifatturiere del nostro "capitalismo molecolare". S'impone una crescita dimensionale e un nuovo modo di fare impresa, imperniato di più sulla ricerca e la progettazione, su una formazione professionale continua e su accordi di cooperazione in rete, per poter presidiare certe nicchie di mercato e acquisire nuove opportunità.

A loro volta, le chance delle imprese di maggior stazza dipendono oggi sempre più dagli sviluppi del loro livello d'internazionalizzazione, da una presenza diretta di unità produttive o in joint venture nei principali poli geo-economici mondiali. Il "made by Italians" è divenuto infatti un avamposto complementare del "made in Italy" e la nuova frontiera del nostro sistema-Paese.

Ma questo ampliamento di iniziative e orizzonti tanto delle "multinazionali tascabili" che di quelle più robuste comporta anche un mutamento di abiti mentali entro le nostre mura di casa, un'effettiva consapevolezza, da parte della classe politica e dell'opinione pubblica, dell'assoluta necessità di riforme strutturali e di investimenti non solo materiali, in quanto imposta dalle sfide cruciali dei nostri tempi e dall'esigenza di assicurare un avvenire alle nuove generazioni. Altrimenti è un'illusione pensare che il "made in Italy" sia una rendita di posizione e, quindi, una sorta di polizza anche per il futuro.

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