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Questo articolo è stato pubblicato il 18 marzo 2012 alle ore 13:50.
L'ultima modifica è del 18 marzo 2012 alle ore 14:00.

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Riuscire a chiudere in modo non retorico le celebrazioni per i 150 anni dell'Unità era un compito non facile. Riuscire poi a legare il passato con il presente, annodando i fili della storia alle incognite dell'attualità, era ancora più insidioso. Invece la cerimonia di ieri mattina al Quirinale ha detto qualcosa di nuovo agli italiani.

Questo grazie all'abilità di Benigni, certo, al magnifico coro dei bambini che hanno cantato l'inno di Mameli, alle ricostruzioni storiche di Galasso, Cazzullo e Dacia Maraini.
Ma soprattutto grazie all'intervento di Napolitano che ha dato corpo a un'impressione diffusa da tempo e non solo nelle stanze del Quirinale. L'impressione che i lunghi mesi delle celebrazioni per l'Unità, che hanno occupato tutto lo scorso anno e che avevano richiesto in precedenza altri mesi di preparazione (a opera del comitato presieduto prima da Ciampi e poi da Amato), abbiano stimolato una forma di coesione nella coscienza degli italiani. Al di là delle aspettative più ottimistiche.

Tale coesione nazionale ha rappresentato il sottofondo, si può dire, la premessa della svolta politica di novembre, quando Berlusconi si è ritirato e ha consentito - anche con i voti determinanti del Pdl - la nascita del governo Monti. Il presidente della Repubblica considera fondamentale questo passaggio e lo si è capito dalle sue parole di ieri. L'anno dell'Unità è servito a verificare che l'Italia è un paese più unito e meno fazioso di quanto si creda. Più coeso e forse persino più ottimista di quanto pretenda un certo spirito auto-flagellatorio che riaffiora sovente.
Se non fosse esistito questo sentimento unitario e solidale, questa volontà di non farsi schiacciare dalle difficoltà e di guardare avanti, l'avvento di un governo innovativo e con pochi precedenti come l'attuale non sarebbe stato possibile. Invece è accaduto. Anche perché la nazione era in grado di sostenere la svolta, per quanto tutt'altro che «indolore».

E se nello scorso autunno la politica era malata e i partiti tradizionali apparivano in affanno, l'antidoto è arrivato da un senso di appartenenza vigoroso e quasi insospettato.
Questa in sostanza l'analisi di Napolitano. Con una postilla essenziale: ora bisogna «continuare». Continuare lungo la via imboccata da Monti - nonostante i sacrifici che il percorso comporta - perché i risultati sono significativi. Continuare nel segno di un'emergenza non ancora finita, come ha detto proprio ieri lo stesso presidente del Consiglio. Nella coscienza che c'è molto da fare, anche in Europa. Ma in particolare, nella visione del capo dello Stato, sono i partiti ad aver di fronte un lungo cammino per recuperare credibilità.

C'è un'esigenza di moralità e di trasparenza che oggi si misura nella volontà di varare misure serie contro quella corruzione che avvelena la vita pubblica. E poi naturalmente c'è il capitolo ancora da scrivere che riguarda le riforme istituzionali (e la legge elettorale, ieri non citata ma sempre sullo sfondo).
Rinnovamento morale e riforme di sistema: un impegno non da poco per le forze politiche quando manca meno di un anno alla scadenza effettiva della legislatura. Il clima politico è discreto, come si è visto nel vertice di Palazzo Chigi dell'altra sera. Ma il tempo scorre e l'ora delle decisioni si avvicina. Per non disperdere ciò che di buono l'Italia ha mostrato nell'anno dell'Unità.

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