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Questo articolo è stato pubblicato il 01 aprile 2012 alle ore 18:26.

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Ha ragione il presidente del Consiglio: «La lotta all'evasione fiscale non è come le altre riforme, non serve né la condivisione né il consenso delle parti interessate». Mario Monti riconosce di avere trovato misure per il contrasto al nero approvate dal Governo Berlusconi che l'ha preceduto e di averne aggiunte di nuove ma è indubbio che serva ancora qualcosa.

Con un sommerso ai livelli italiani, purtroppo, molto di più deve essere fatto. E, soprattutto, in fretta. Anche in termini di conoscenza del fenomeno e di comunicazione dei risultati delle azioni per il suo contrasto. Che cos'è l'evasione, oggi, in Italia? Qual è il tax gap reale? Esiste una diversa propensione all'illegalità tributaria per territorio, per settore, per struttura societaria? I (pochi) studi del passato forniscono molte risposte a queste domande. Risposte che però sono ancora incomplete e che, purtroppo, con il tempo, sono diventate "i luoghi comuni" della lotta all'evasione: il Sud più a rischio del Nord; i servizi più esposti della produzione; le partite Iva più indisciplinate dei dipendenti o anche della grande impresa. Tante mezze verità, e quindi mezze bugie, sulle quali occorre davvero fare più chiarezza.

Perché di tutto la lotta all'evasione ha bisogno ma non di approssimazione. Lo ha detto ieri lo stesso direttore dell'agenzia delle Entrate, Attilio Befera, commentando i dati sugli importi medi dei redditi dichiarati dai lavoratori dipendenti e dai loro datori di lavoro che tanto stanno appassionando i giornali e conseguentemente l'opinione pubblica. E che, per essere precisi, riguardano le persone fisiche che svolgono attività di impresa e i professionisti che svolgono attività di lavoro autonomo. Tutto bene, ma contrapponendo gli uni agli altri non dimentichiamo che le piccole attività d'impresa senza lavoratori dipendenti sono oltre 3 milioni, il 65% del totale (dati Istat), probabilmente tutti in contabilità semplificata e, quindi, a ben vedere con un reddito mediamente molto basso, ma non confrontabile con quello di alcun dipendente. Soprattutto se le definizioni delle "classi fiscali" sono troppo ampie per essere rappresentate unitariamente: così la voce "imprenditori" mette insieme il regime ordinario e quello semplificato, i piccoli proprietari di aziende con gli artigiani e commercianti. Ricavare contrapposizioni tra le categorie senza avere la possibilità o la capacità di distinguerle è un'operazione pericolosa e confusa, che non consente di cogliere qualche particolare importante: così i redditi medi di impresa e di lavoro autonomo sono cresciuti più del Pil nominale, rispettivamente del 3,8 e del 3,6 per cento.

Certo, la fotografia che emerge dai dati e dalle medie resta sconcertante. E ci restituisce un paese che, forse, nel nostro immaginario continua a essere diverso. Ed è vero anche che – probabilmente – questa mole di dati è più rappresentativa quando fotografa la fascia meno abbiente della popolazione, magari un po' ingrossata da chi meno abbiente in realtà lo è solo per il fisco (in fondo, i dati dell'Istat sui cittadini – quasi 9 milioni di soggetti – che vivono al di sotto della soglia di povertà non si discostano molto da quelli che, tra le righe, emergono dalle statistiche fiscali). Ma all'estremo opposto, tra i redditi molto alti, qualcosa ancora sfugge (in tutti i sensi): è difficile pensare che il 90% dei contribuenti dichiari meno di 35.000 euro e che solo lo 0,07% sia oltre i 300mila, dove peraltro i dipendenti e pensionati sono quasi la metà.

La verità è che il fisco è materia complessa ma le semplificazioni necessarie sono altre. Non quelle che banalizzano e riducono a teatrino ciò che invece è un'emergenza nazionale. Da qui bisogna partire. E se è vero, come ieri ha detto il ministro Corrado Passera, che «serve una svolta culturale», allora dobbiamo semplicemente riconoscere che la prima svolta indispensabile è quella della conoscenza. Avremo, tra pochi giorni, un nuovo disegno di legge delega per la riforma fiscale, che potrebbe condurre in tempi non lunghissimi a un nuovo assetto complessivo del sistema tributario. Un progetto che pone il tema della lotta all'evasione in una posizione di assoluto rilievo, rilanciando l'idea della "restituzione" ai contribuenti onesti dei proventi derivanti dall'azione di contrasto. Il tutto da realizzare partendo dalla definizione di una modalità stabile di misurazione dell'evasione, proprio nell'ottica di affinare le strategie di contrasto all'illegalità. La delega, in pratica, fa propria la raccomandazione emersa dai lavori della commissione di studio presieduta da Enrico Giovannini, presidente dell'Istat, con l'obiettivo di arrivare a un rapporto annuale sull'andamento dell'economia sommersa e dell'evasione fiscal-contributiva, con tutte le disaggregazioni territoriali, settoriali, per tipologia di contribuente, societaria. Si parta rapidamente da qui. Perché, senza retorica, solo chi conosce davvero il proprio nemico, si conquista qualche chance di vittoria finale.

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