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Questo articolo è stato pubblicato il 10 aprile 2012 alle ore 08:34.
L'ultima modifica è del 10 aprile 2012 alle ore 09:56.
Ci sono molti modi per andare oltre gli errori e le illusioni della propria generazione. Il più banale è quello di rinnegare il passato e di chiuderlo in un armadio come si fa con un vestito passato di moda. Il più sincero è quello di raccontare e di raccontarsi, senza nascondere nulla e senza rifugiarsi nell'ipocrisia. Miriam Mafai (nella foto) ha vissuto la seconda parte della sua vita, che si è conclusa ieri a Roma, scegliendo la strada più scomoda ma più autentica. Lei che aveva vissuto da testimone e protagonista la lunga stagione del Pci; lei che era stata compagna di vita di Giancarlo Pajetta e con lui aveva attraversato la storia del comunismo italiano, aveva scelto di parlare della sua vita senza reticenze.
Sarebbe meglio dire: senza reticenze, senza mezze misure consolatorie e tuttavia con tanto rimpianto. Il rimpianto per quelle speranze che non si erano realizzate, per quei sogni perduti.
In Miriam Mafai il rimpianto non è un vezzo letterario o un minimalismo sentimentale. È qualcosa che va di pari passo con la capacità di fare i conti con la realtà. Senza indulgenze e senza scorciatoie, con grande onestà intellettuale. I suoi libri (due titoli per tutti: Botteghe oscure, addio e Dimenticare Berlinguer) sono un esempio di questa volontà di non fare sconti a nessuno, ma allo stesso tempo di voler ricostruire il ruolo del Pci nella storia d'Italia con un saldo codice interpretativo. Perché solo attraverso una cruda «operazione verità» si può pensare di voltare pagina e di andare oltre. Senza tagliare le radici, senza scivolare in una prospettiva a-storica o addirittura anti-storica (il che è assurdo per chi discende dal partito che più credeva nella storia).
Nessuno come la Mafai ha saputo essere moderna senza tradire se stessa. Guardando al passato, ma senza raffigurarlo in un quadretto dalle tinte rosee. L'Italia e la sinistra politica viste da Miriam Mafai racchiudono le fatiche e le conquiste di uomini e donne che hanno speso la loro vita con sacrificio al servizio di ideali complessi. Tutto è racchiuso nel lavoro di questa eccellente giornalista animata da intensa passione civile. Una donna che nel lavoro e nella visione del mondo non fu mai neutra, questo è sicuro, né mai volle apparirlo. Ma che seppe essere anti-conformista quando non era facile esserlo e soprattutto fu uno spirito libero. In virtù di questa libertà interiore diede un contributo decisivo ai giornali ai quali collaborò, da Vie Nuove degli anni Cinquanta alla Repubblica di cui fu una delle penne più significative, dopo aver fatto parte del gruppo dei fondatori. Se la sinistra italiana riuscirà a evolvere verso un autentico riformismo, lo dovrà a voci critiche, spesso inascoltate, come quella di Miriam Mafai.
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