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Questo articolo è stato pubblicato il 15 aprile 2012 alle ore 14:16.
L'ultima modifica è del 15 aprile 2012 alle ore 15:02.

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È probabilmente vero, come ha suggerito il presidente del Consiglio Mario Monti, che fino a pochi mesi fa sarebbe stato difficile anche solo immaginare una qualsivoglia riforma dell'articolo 18.
In effetti, a gennaio quando iniziarono i confronti fra il ministro Elsa Fornero e le parti sociali, si ragionava di una riforma al margine, solo per i nuovi contratti e forse solo in via sperimentale.
E' però indubbio che nel corso del confronto è emerso che il Ministro Fornero aveva in mente un disegno riformatore di portata amplissima, con cambiamenti radicali in materia di ammortizzatori sociali e di flessibilità in entrata.

E' altresì indubbio che, a fronte di questo più ampio disegno, lo stesso governo aveva sentito l'esigenza di andare ben oltre le iniziali intenzioni programmatiche in materia di flessibilità in uscita. Non per dare soddisfazione ad una parte, ma per far sì che il bilancio complessivo della riforma fosse tale da favorire l'occupazione e la competitività delle imprese. Il disegno del governo era quello che fu approvato da tutte le parti sociali, salvo una, nel verbale d'intesa di Palazzo Chigi del 22 marzo.
Il fatto è che nei successivi passaggi, sino al disegno di legge sottoposto al Parlamento, sono state introdotte non una ma una decina di modifiche che portano rigidità ulteriori e rischi a carico delle imprese. Alcuni nodi importanti che erano stati lasciati aperti sono stati risolti in senso sfavorevole alla flessibilità, in particolare materia di partite Iva e di contratti a termine; su questi ultimi è stato fatto un notevolissimo esercizio di "gold plating" rispetto alla direttiva europea.

Oggi scopriamo che nel disegno di legge è stata introdotta un'altra modifica rispetto al testo "salvo intese" in materia di art. 18, oltre a quella che era stata richiesta dal Partito Democratico che reintroduceva la possibilità di reintegrazione nei licenziamenti economici. E' stata ampliata la possibilità per il giudice di comminare la sanzione della reintegrazione nei licenziamenti disciplinari; un cambiamento molto più incisivo di quello relativo ai licenziamenti economici. Non ci si può che augurare che si tratti di lapsus calami e che il governo dichiari subito l'intenzione di cambiarlo.
Ma anche dando per acquisito questo cambiamento, è davvero difficile dire che il bilancio della riforma costituisca un passo avanti dal punto della capacità del sistema economico di adattarsi ai cambiamenti imposti dalla tecnologia e della competizione internazionale. Il tabù dell'articolo 18 viene scalfito, ma non è certamente infranto.

A fronte di questo, c'è un secco ridimensionamento delle due forme flessibilità di cui il sistema ha potuto fruire sino ad oggi. Si riduce, ben oltre ciò che è necessario per combattere gli abusi, la cosiddetta flessibilità in entrata, attraverso l'introduzione di divieti, costi aggiuntivi e rischi legali per le imprese. E diventano più difficili e costose le ristrutturazioni, per via dell'abolizione dell'indennità di mobilità, in combinato disposto con la pur necessaria riforma delle pensioni.
Il governo farebbe bene a riflettere sulla reazioni pressoché unanimi non di questa o quella associazione d'imprese, ma della generalità delle imprese che vedono nella riforma un passo indietro. L'Italia non può permettersi una riforma del lavoro che non sia un deciso passo avanti nella direzione della crescita e dell'occupazione. Sarà altrimenti difficile ripristinare la fiducia delle imprese e dei mercati finanziari.

Forse nel gennaio scorso potevamo sperare che le misure, molto coraggiose e incisive, attuate dal governo Monti, a partire dal Salva-Italia, fossero sufficienti a mettere in sicurezza il Paese. Ma oggi dobbiamo purtroppo constatare che non è così. L'Italia continua ad essere pericolosamente in balia delle alterne sorti dei paesi più deboli dell'euro-area. Certo non basta una buona riforma del lavoro, perché non esiste una singola riforma che sia risolutiva. Occorre una continuità d'azione, che non può prescindere dalla riduzione della spesa pubblica, di qui alla fine della legislatura e oltre. Altrimenti la salvezza continuerà a sfuggirci. Se lo spread rimarrà elevato, il credito bancario continuerà a mancare e la recessione non ci darà tregua. Il rischio è che già nei prossimi giorni il Tesoro sia costretto a certificare che siamo ancora lontani dagli obiettivi di bilancio concordati con l'Unione Europea. E ciò malgrado che la Pa continui a ritardare i pagamenti ai fornitori e stia ulteriormente allungando i tempi dei rimborsi dei crediti d'imposta.

Presidente Monti, qual è il prossimo passo? Nuove tasse e una recessione ancora più pesante? Non ci sembra possibile. Siamo ancora in tempo per fare in Parlamento una riforma del lavoro che serva davvero, come recita il titolo della legge, alla "prospettiva di crescita" dell'Italia. Presidente, si faccia lei paladino di quel cambiamento vero in cui crede quanto noi. Lei ha un patrimonio di credibilità personale che forse non ha precedenti. Lo usi per spiegare alle persone che la crisi purtroppo non è finita e che una seria riforma del lavoro, per quanto a molti indigesta, è meglio che rimanere in balia della crisi dell'euro con il rischio di avvitarci fra aggravamento della recessione e nuove tasse.

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