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Questo articolo è stato pubblicato il 21 aprile 2012 alle ore 08:11.
L'ultima modifica è del 21 aprile 2012 alle ore 09:55.

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Uno degli aspetti più significativi della crisi economica in corso è il fatto che un così gran numero di persone reagisca agli eventi abbracciando dottrine che accrescerebbero ancora di più i nostri problemi. Le traversie di Spagna e Irlanda dimostrano che tenere il bilancio in pareggio e non far crescere il debito pubblico in tempi di vacche grasse non garantisce nessuna protezione contro la crisi: e dunque i leader europei decidono che la via maestra è rendere ancora più stringenti le regole di bilancio.

La generale crisi dell'euro dimostra che tassi di cambio fissi e politiche monetarie rigide presentano serie controindicazioni: e dunque la destra rilancia il gold standard. Il collasso finanziario dimostra la necessità di un'efficace regolamentazione delle banche: e dunque la destra chiede ancora meno intervento pubblico.

Ora, leggendo un recente commento di Luigi Zingales su Bloomberg, ne scopro una nuova: proprio quando l'esperienza sta dimostrando che la stabilità dei prezzi non basta, che la Banca centrale ha bisogno di allargare il tiro, qualcuno comincia a dire che la Federal Reserve dovrebbe occuparsi solo della lotta all'inflazione.

«A differenza della Banca centrale europea, che ha esclusivamente il compito di garantire la stabilità dei prezzi, la legge assegna alla Fed due grandi obiettivi: favorire la piena occupazione e promuovere la stabilità dei prezzi. È un mandato che lascia troppi margini di manovra alla Banca centrale, inducendola a sostituirsi al Governo nella pianificazione della politica economica», scrive Zingales, docente di imprenditorialità e finanza all'Università di Chicago, in un articolo pubblicato il 15 aprile.
Perché non potrebbe esserci momento peggiore per perorare una proposta di questo genere? Perché i dati parlano chiaro: la rigidità verso il basso dei salari nominali è una realtà incontestabile.

Ho scritto recentemente a tale proposito, segnalando un nuovo studio della Fed di San Francisco intitolato «Perché la crescita dei salari resta forte?» (lo si può consultare su frbsf.org, titolo originale Why Has Wage Growth Stayed Strong?), che evidenzia una concentrazione significativa (che diventa sempre più accentuata) delle variazioni salariali intorno allo zero.

Ed è noto che cosa comportano questi dati: un po' di tempo fa George Akerlof, William Dickens e George Perry hanno evidenziato, in uno studio per la Brookings Institution, che quando i salari nominali sono viscosi verso il basso c'è uno scambio reale, anche nel lungo periodo, tra inflazione e disoccupazione: un'inflazione bassa ma positiva è coerente con una depressione economica persistente.
Ma una Banca centrale che ha solo il mandato di combattere l'inflazione con ogni probabilità dichiarerebbe di aver fatto il suo dovere perché i prezzi sono stabili.

Se ci aggiungiamo che verosimilmente avremmo bisogno di più inflazione – e più alta del 2 per cento – per sventare il rischio di una trappola della liquidità permanente, è evidente che restringere il mandato della Fed alla lotta all'inflazione potrebbe produrre effetti disastrosi.
La verità è che il doppio mandato della Fed è una benedizione nella situazione attuale (e lo sarebbe ancora di più se la Fed prendesse sul serio la parte sull'occupazione).
Zingales, e altri che avanzano proposte simili, stanno promuovendo l'idea più sbagliata che si possa immaginare nelle attuali condizioni economiche.

(Traduzione di Fabio Galimberti)
© NYT SYNDICATION, 2012

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