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Questo articolo è stato pubblicato il 22 aprile 2012 alle ore 14:57.
L'ultima modifica è del 22 aprile 2012 alle ore 14:57.

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Che il Governo olandese fosse fragile, lo si sapeva. Dipendere dall'appoggio esterno dell'irascibile xenofobo, Geert Wilder, non era la più semplice delle situazioni per il premier liberale, il moderato Mark Rutte. Ancor più difficile poi convincere il partner populista a sposare una politica di rigore per tagliare 16 miliardi e riportare il deficit dall'attuale 4,7% al di sotto del 3% entro il 2013. Un'operazione sulla quale già incombe la minaccia di declassamento di Fitch, che si è detta pronta nei giorni scorsi a togliere la tripla A della quale il Paese si fregia con orgoglio.
La prima reazione di chi conosca la recente storia europea allo scompiglio in terra olandese può essere un sorriso amaro di rivalsa. Dai tempi della creazione dell'euro, quando ministro delle Finanze era il liberale Gerrit Zalm - e più volte negli anni seguenti - gli olandesi si sono distinti come i "falchi tra i falchi" in sede comunitaria, il "braccio armato" dei tedeschi più rigoristi. Pungenti nell'esprimere perplessità tredici anni fa sull'entrata dell'Italia nell'euro e ora sul salvataggio della Grecia. Oggi però anche i virtuosi amici olandesi si trovano con i conti pubblici in derapata e condizionati da un leader politico oltranzista, che ha chiesto un referendum per uscire dall'euro. E visto che siamo tutti sulla stessa barca e condividiamo la stessa moneta, c'è in realtà poco da sorridere.

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