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Questo articolo è stato pubblicato il 30 aprile 2012 alle ore 08:20.
L'ultima modifica è del 30 aprile 2012 alle ore 06:39.
In tutti i Paesi europei, fatta eccezione per la Svizzera, lo Stato finanzia i partiti (e in Gran Bretagna solo quelli d'opposizione, con cifre modeste).
Anche negli Stati Uniti vi sono forme di finanziamento pubblico a partiti e candidati per la campagna elettorale, sia per le primarie che per le presidenziali; vige però una clausola restrittiva, che ne limita l'adozione, perché se i candidati accettano i fondi pubblici non possono accedere a quelli privati e devono rimanere nei limiti della cifra devoluta.
Vista l'universalità del sostegno finanziario dello Stato ai partiti è difficile che quelli italiani vogliano rifiutare in toto il contributo pubblico ed ergersi a paladini solitari di contributi esclusivamente privati.
Proprio per questo motivo molte proposte avanzate in questi giorni sul finanziamento ai partiti insistono piuttosto sul fronte delle uscite, al fine di aumentare l'intensità e la profondità dei controlli.
Dalla certificazione dei bilanci all'intervento della Corte dei conti e ad altri ancora, non mancano gli strumenti per ridurre l'opacità dei bilanci.
Qualunque modalità si voglia adottare devono però essere draconiane le sanzioni a cui si va incontro quando vengono infrante le norme e, soprattutto, precisati i tempi.
Ma anche modificata in tal senso la legge, la fiducia che gli italiani ripongono nell'efficacia e nella celerità della giustizia italiana è nota. Meglio prenderne atto ed evitare di affidarsi miracolisticamente ai "controlli" ex post.
Ben vengano, s'intende, ma non sarà per un occhiuto intervento della Corte dei conti che l'opinione pubblica si sentirà tranquillizzata sulla probità della classe politica.
Il vero nodo da sciogliere è proprio "a monte", nella modalità di erogazione del finanziamento, oltre che nella sua quantità.
Oggi il contributo pubblico è talmente generoso che i partiti hanno le casse piene. E in un mondo di soldi facili le tentazioni di scialacquare e sperperare aumentano esponenzialmente. Quindi occorre partire dalla riduzione, consistente, delle provviste da assegnare ai partiti.
Il secondo aspetto, che riguarda il destinatario dei contributi, è ancora più importante. Attualmente il rimborso va al gruppo parlamentare, che poi lo gira agli organi nazionali del partito (a meno che non si tratti di liste pro-forma, che possono gestire tranquillamente il loro gruzzolo in santa pace). In sostanza, i soldi vanno alle strutture centrali dei partiti, le quali decidono in piena libertà che uso farne.
Questa centralizzazione ha riflessi negativi sia sulla vita interna dei partiti che sul loro rapporto con la società civile.
Se invece il contributo statale venisse, per legge, redistribuito su base territoriale, arriverebbero in periferia risorse necessarie per rivitalizzare le sedi e l'attività politica locale e si (ri)attiverebbero quei meccanismi di controllo interno tra vertice e base che ora sono saltati.
La redistribuzione interna dei fondi porta quindi un doppio vantaggio: da un lato, fornisce un incentivo alla base del partito per controllare attentamente la destinazione dei fondi e, dall'altro, fornisce risorse per reinserire il partito nella vita politica cittadina, rimediando (almeno parzialmente) a quel senso di lontananza, e conseguente deficit di legittimità, di cui soffrono i partiti - e di conseguenza anche la nostra democrazia.
Insomma, agendo con oculatezza sul finanziamento pubblico, è possibile trasformare "la tentazione" del denaro in un elemento virtuoso di maggiore democrazia, interna ed esterna. E, in una situazione di crisi generalizzata attraversata da forti pulsioni antipolitiche, piuttosto che cedere alla demonizzazione dei partiti è meglio individuare soluzioni per una loro (possibile) ripresa.
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