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Questo articolo è stato pubblicato il 07 maggio 2012 alle ore 07:54.
L'ultima modifica è del 07 maggio 2012 alle ore 06:39.

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L'allarme non è nuovo, ma non per questo va ignorato e nemmeno sottovalutato: «Con la crisi finanziaria e la recessione sta crescendo in maniera drammatica il numero delle imprese italiane attratte nel circuito dell'economia illegale. E questo fenomeno non riguarda più soltanto nel Mezzogiorno».

Dopo quella di Confindustria, Confcommercio, sindacati, magistratura, la voce stavolta è di Unimpresa, l'associazione di ispirazione cattolica che raccoglie circa 130mila micro, piccole e medie imprese, per lo più del commercio, edilizia e agricoltura. Una fotografia particolarmente interessante perché la dimensione e la collocazione settoriale delle realtà economiche analizzate, rispecchiano appieno il tessuto produttivo italiano.
In uno studio che sarà pubblicato a breve, l'ufficio studi di Unimpresa fornisce dati aggiornati sulle due ganasce della morsa in cui si dibattono le piccole e piccolissime realtà produttive e di servizi: crisi e recessione da una parte, ricchezze criminali dall'altra.
La mafia, si legge tra l'altro nell'analisi curata da Luigi Scipione, «ha il "problema" di riciclare 150 miliardi di denaro sporco» e approfitta dei problemi sempre più gravi in cui si dibattono gli imprenditori più esposti, problemi dovuti principalmente ai ritardi di pagamento da parte delle pubbliche amministrazioni e alla restrizione del credito operata dalle banche, specialmente negli ultimi mesi.

Può così accadere che l'imprenditore che non abbia più disponibilità economiche, possa vedere il mafioso che gli concede il prestito o gli acquista quote societarie, come la "boccata d'ossigeno" che tampona una situazione finanziaria in rapido degrado «e invece non si rende conto che proprio in quel momento sta iniziando il vero fallimento, con una prima lunga fase di svuotamento e poi di stritolamento delle sue attività».
«Il progressivo allentamento del rispetto della legge – annota più avanti il rapporto – sicuramente si nutre di fenomeni di "illegalità debole" come l'evasione fiscale e contributiva, pratiche sotterranee spesso diffuse proprio nei settori di penetrazione delle cosche; pratiche che rendono necessaria, anche a imprenditori inizialmente lontani da ogni contatto con le cosche, la ricerca di strumenti di riciclaggio dei proventi in nero o l'adozione di forme di contabilità opache. Tutti terreni di incontro e di contiguità che facilitano il contatto e rendono ricattabili».

I settori più a rischio «sono l'edilizia, la logistica, il turismo, il commercio all'ingrosso e quello al dettaglio» e l'aggravarsi della situazione è evidenziato dai dati di fonte bancaria: «Mentre cresce il numero di aziende che finiscono in bancarotta, +10% in un anno, a marzo salgono le sofferenze nette delle banche italiane che hanno toccato quota 35,5 miliardi di euro, pari a un incremento del 50,4% in dodici mesi».
Da una parte, quindi, l'imprenditore in crisi acuta di liquidità e che non riesce a trovare soldi; dall'altra, la mafia che deve rimettere in circolo i suoi capitali illecitamente accumulati. Al di là di ogni illusione, come dimostrano tante inchieste penali, "l'incontro" delle due esigenze si conclude a tutto vantaggio del crimine organizzato.

«L'aspetto che deve allarmare – osserva il Centro studi Unimpresa – è che in questi ultimi anni si assiste a un incremento del riciclaggio di denaro illecito all'interno delle attività imprenditoriali, ovvero al ricorso sempre più frequente ai "finanziamenti" dei mafiosi da parte degli imprenditori strozzati dai debiti. Questo avviene dopo i prestiti negati dai canali bancari. E accade al Nord come al Sud, senza distinzione».
Sempre secondo Unimpresa, «la crisi genera "anomia" nella misura in cui le imprese tendono a trovare una sorta di giustificazione morale alla decisione di operare nel sommerso o di ricorrere a fonti illecite di finanziamento quali unici strumenti possibili per la sopravvivenza dell'impresa stessa».

Non solo. In tempi di mancanza cronica di credito bancario «vince chi dispone di liquidità, di moneta pronta e sonante. Liquidità che manca agli Stati e che manca alle banche, liquidità che invece la criminalità organizzata possiede in grandi quantità».

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