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Questo articolo è stato pubblicato il 30 maggio 2012 alle ore 06:50.
L'ultima modifica è del 30 maggio 2012 alle ore 08:31.

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Che metodo usare per valutare le diverse interpretazioni della crisi? Si può partire dai propri pregiudizi, naturalmente, oppure ci si può attenere a dettagliate misurazioni econometriche. Io però di solito seguo un altro criterio: cerco di capire se i dati di fatto disponibili sono compatibili con la "firma" implicita nella tesi in questione, il suo marchio distintivo: in altre parole, vediamo lo schema generale che dovremmo vedere se quella tesi fosse corretta? Concentriamoci in particolare sull'argomentazione secondo cui i nostri problemi sarebbero soprattutto di natura strutturale. Di solito suona più o meno così: negli Stati Uniti c'era un'eccessiva concentrazione della forza lavoro nei settori sbagliati e quindi è più che naturale che il livello di disoccupazione generale sia elevato, man mano che i lavoratori vengono espulsi da questi settori "gonfiati".
Bene, qual è allora il marchio distintivo di questa storia? La disoccupazione dovrebbe concentrarsi nei settori gonfiati mentre nel resto dell'economia dovremmo assistere come minimo a un aumento dell'occupazione, e a una crescita dei salari più rapida che nei settori gonfiati.

Andiamo a dare un'occhiata ai dati dell'Ufficio per le statistiche del lavoro su occupazione e salari. Sembra che la perdita di posti di lavoro sia distribuita ad ampio raggio e, per quanto riguarda i salari, sembra che nessuno sgomiti per accaparrarsi lavoratori. Possiamo cercare di affinare i dati disaggregandoli, ma sta di fatto che a un primo sguardo il marchio distintivo di un problema strutturale non si vede. (E non si vede neanche a un secondo sguardo, fidatevi.) Magari la tesi che hanno in mente i fautori della crisi strutturale è un po' diversa, ma quella che raccontano di solito negli articoli destinati al grande pubblico è questa. Allora perché questa gente è tanto sicura che si tratti di una crisi strutturale? Lo so che suona tanto saggio e assennato dire che è così, ma qui è un problema di dati concreti, e i dati sono fortemente incompatibili con la teoria della crisi strutturale e parecchio compatibili con la teoria della crisi dovuta a un difetto di domanda. Che non spiega tutta la faccenda, ma che in un mondo migliore farebbe fare un grosso passo avanti nella direzione giusta. Purtroppo non viviamo in un mondo migliore.

Flashback strutturali
Qualche osservazione sui rinnovati sforzi della destra per far passare l'idea che i nostri problemi economici siano "strutturali", e quindi non risolvibili con un semplice incremento della domanda.
1. Le Persone Tanto Coscienziose lo dicevano anche negli anni 30. Poi, con l'approssimarsi della guerra, finalmente arrivarono gli stimoli di cui avevamo bisogno e tutti quei problemi strutturali di cui si cianciava si rivelarono immaginari.
2. L'Irlanda è stata elogiata per la sua meravigliosa flessibilità; l'isola verde era un fulgido esempio dell'arte del possibile, dichiarava il tory George Osborne quand'era ministro ombra dell'Economia (ora è ministro dell'Economia nel Governo liberal-conservatore al potere a Londra). Poi, quando le cose hanno cominciato ad andare male, l'Irlanda si è sentita dire che doveva correggere le sue gravi rigidità strutturali.
3. Chiunque dica una cosa come «Se la spesa in disavanzo fosse la via per la prosperità, la Grecia dovrebbe essere in forma smagliante» andrebbe subito bollato come irrilevante. Io e gli altri economisti che la pensano come me abbiamo ripetuto fino allo sfinimento che l'espansione della spesa pubblica è un rimedio che va valutato caso per caso: è auspicabile se ci si trova in una situazione di trappola della liquidità, e solo in quel caso. So che certe persone amano proiettare sugli altri la loro grossolanità, ma così facendo non fanno altro che dimostrare la loro ignoranza.
4. Quando si sente qualcuno dire cose come "Ci servono soluzioni a lungo termine, non rattoppi temporanei" si ha l'impressione di un ragionamento sofisticato, ma in realtà è tutto il contrario. John Maynard Keynes scriveva, nel 1923: «Ma questo lungo termine è una guida fallace per gli affari correnti: nel lungo termine siamo tutti morti. Gli economisti si pongono un compito troppo semplice, troppo inutile, se in un periodo tempestoso sanno dirci solo che quando la tempesta sarà finita l'oceano tornerà calmo».

(Traduzione di Fabio Galimberti)

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