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Questo articolo è stato pubblicato il 18 giugno 2012 alle ore 09:05.
L'ultima modifica è del 18 giugno 2012 alle ore 09:27.

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Questa settimana i leader mondiali si riuniranno in Brasile per la Conferenza Rio+20, per decidere che tipo di futuro vogliamo. Vent'anni dopo il primo Vertice della Terra, il tema della conferenza sarà «Un'economia verde nel contesto dello sviluppo sostenibile e riduzione della povertà». Un'economia verde si definisce come un'economia che genera un miglioramento del benessere umano e dell'equità sociale, insieme a una significativa riduzione dei rischi ambientali e delle scarsità ecologiche.

In un'economia verde, la crescita è stimolata da investimenti che alleviano le pressioni sull'ambiente e sui servizi che esso ci procura, potenziando nel contempo l'efficienza energetica e delle risorse. Ovvero, per usare le parole di un diplomatico africano: è la nostra strategia di sopravvivenza. L'economia verde è un mezzo per arrivare allo sviluppo sostenibile, oggi come domani. Abbiamo bisogno dello sviluppo sostenibile, perché vi possa essere prosperità per molti anziché miseria per tutti.

Ogni giorno milioni di persone soffrono la fame. Se continuiamo a utilizzare le risorse al ritmo attuale, entro il 2050 avremo bisogno dell'equivalente di oltre due pianeti per sostentarci e le aspirazioni di molti a una migliore qualità di vita saranno deluse. Se utilizziamo le risorse in modo insostenibile, saranno i più poveri a soffrire di più, perché la loro vita e i loro mezzi di sostentamento dipendono direttamente dall'acqua, dalla terra, dal mare, dalle foreste e dal suolo. Lo sviluppo sostenibile è seriamente minacciato da nuove sfide emergenti: dai cambiamenti climatici alla scarsità idrica, dalla debole resilienza alle catastrofi naturali alla perdita della biodiversità e degli ecosistemi.

Tuttavia disponiamo dei mezzi per affrontare queste sfide e trasformarle in opportunità. Molti Paesi sono ormai in grado di dotarsi di tecnologie e sistemi efficienti, che consentano loro di sfruttare le proprie risorse in modo sostenibile e tale da poter sopportare un aumento del consumo. Si calcola che tra il 70 e l'85% delle opportunità di aumento della produttività delle risorse sia in mano ai Paesi in via di sviluppo. I vincitori di domani saranno i Paesi che impareranno a usare il loro capitale naturale in maniera intelligente. Secondo un rapporto dell'Organizzazione internazionale del lavoro, il passaggio a un'economia verde potrebbe generare, a livello mondiale, dai 15 ai 60 milioni di posti di lavoro supplementari nei prossimi due decenni.

Ecco perché l'Unione europea continuerà a battersi perché la conferenza Rio+20 raggiunga risultati mirati e ambiziosi. Vogliamo dare avvio a un processo irreversibile, che abbia un impatto reale sulla vita dei cittadini. In fin dei conti, la conferenza riguarda le persone, riguarda tutti noi, il nostro futuro. Abbiamo suggerito obiettivi per le principali risorse naturali su cui poggia un'economia verde, obiettivi essenziali per una crescita sostenibile, inestricabilmente legati alle problematiche della sicurezza alimentare, della lotta alla povertà e dello sviluppo sociale; obiettivi che dovrebbero spronare il settore privato a investire, stimolare l'innovazione tecnologica e creare occupazione. Uno dei risultati auspicati di Rio è che tutte le grandi società private quotate in Borsa includano la sostenibilità nei loro resoconti annuali oppure spieghino perché non lo fanno. La Banca mondiale ha già lanciato un'interessante iniziativa, in cui le imprese userebbero i meccanismi della contabilità naturale nelle loro statistiche. Potrebbe essere l'inizio di una nuova realtà, in cui il capitale naturale conta. Ma è chiaro che il cambiamento non avverrà senza che ognuno faccia la sua parte: tutti devono sentirsi coinvolti.

Anche se oggi molti Paesi sono in condizioni migliori rispetto a vent'anni fa, i più poveri del pianeta avranno ancora bisogno di aiuto per accedere all'istruzione, ad infrastrutture valide e alla qualificazione professionale. L'Unione europea rimane il principale donatore di aiuti nel mondo: nel 2011 abbiamo elargito 53 miliardi in aiuti allo sviluppo, oltre la metà dell'aiuto mondiale. Anche per questo abbiamo intenzione di mantenere le promesse. Nonostante l'attuale crisi, i Paesi Ue hanno riaffermato recentemente il loro impegno in questo senso, che si tradurrà in ingenti aiuti allo sviluppo supplementari entro il 2015.

Allora, quale futuro vogliamo? Ecco la risposta della diciassettenne neozelandese Brittany Trilford, vincitrice del concorso "Il futuro che vorrei", che interverrà a Rio: «Sinceramente, mi accontenterei già di avere un futuro. Che almeno quello fosse garantito. Oggi non è affatto scontato». Non è solo il futuro di Brittany e della sua generazione, o delle generazioni a venire, che è in forse. È il nostro stesso futuro, è la realtà odierna che mettiamo a repentaglio se non affrontiamo fin d'ora i problemi dello sviluppo insostenibile. Non sprechiamo l'occasione finché siamo in tempo.

commissario europeo per l'Ambiente
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