Storia dell'articolo
Chiudi
Questo articolo è stato pubblicato il 10 luglio 2012 alle ore 08:18.

La domanda è allora se esiste un margine per ridurre l'area delle incomprensioni e dei sospetti, tanto più dannosi quando investono il rapporto fra governo e mondo delle imprese. Almeno a giudicare dal miglior clima che si respirava ieri pomeriggio, la risposta potrebbe essere positiva. La verità è che l'emergenza continua a essere troppo grave e impone a tutti scelte obbligate. Al governo «tecnico», alle forze politiche (sempre un po' frastornate), alle istituzioni (si veda la lettera perentoria rivolta dal capo dello Stato ai presidenti delle Camere sulla riforma elettorale), e naturalmente agli interpreti della società civile e produttiva.
Ieri, man mano che si spegnevano le polemiche, emergevano due fatti. Primo, la questione della continuità di governo anche dopo il 2013. Che vuol dire soprattutto una cosa: chi garantirà che l'ordito della politica europea tessuto in questi mesi da Mario Monti sarà rispettato dai governi della prossima legislatura? E' un punto chiave nel momento in cui si chiedono all'Europa una serie di misure a vantaggio dei paesi indebitati. Chi è in grado oggi di offrire queste garanzie che per i nostri partner, e in particolare per la Germania, sono indispensabili?
Non si tratta di immaginare un governo Monti anche dopo la primavera del 2013 per disistima nei confronti delle forze politiche o per un gioco politologico. Ma il problema esiste ben al di là delle discussioni su questo o quell'aspetto della politica governativa. Soprattutto se la condizione economica generale dovesse peggiorare nei prossimi mesi, rendendo più complesso il passaggio dalla stagione «tecnica» alla ritrovata dimensione politica. Il nodo di fondo è dunque la credibilità del nuovo governo italiano. Due termini (garanzia e credibilità) che oggi portano inevitabilmente al nome di Monti. Il resto sono parole. Comprese quelle che vengono spese a favore di una «grande coalizione» di cui in questo momento è impossibile intravedere i contorni e la prospettiva. Si vedrà all'indomani delle elezioni. Prima è rischioso anche solo evocare scenari che finirebbero per essere bruciati nel corso di una lunga e senza dubbio estenuante campagna elettorale.
Il secondo fatto della giornata di ieri è la lettera di Napolitano. Un passo che acquista un carattere abbastanza drammatico in questo frangente. Il presidente mette sul piatto tutto il suo prestigio per chiedere al Parlamento di venire a capo della legge elettorale: senza altri rinvii, senza sotterfugi e conciliaboli. Sembra un messaggio rivolto ai partiti maggiori perchè si assumano le loro responsabilità. Evocare infatti una serie di votazioni alla cieca in aula sulla riforma, significa mettere le grandi forze con le spalle al muro. Perchè da quelle votazioni può emergere qualsiasi cosa, anche una legge mostruosa come un ircocervo.
E' una mossa che ha il sapore dell'urgenza quasi disperata, ma è forse l'unica in grado di ottenere un risultato positivo, facendo saltare la «melina» infinita dei partiti. Di sicuro, i due temi vanno insieme. La credibilità del paese dopo le elezioni è una sfida decisiva nella quale sarebbe un errore non avvalersi, in forme da definire, del nome di Monti. Ma senza un sistema politico rilegittimato da una decente riforma elettorale, la partita non può nemmeno cominciare.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Permalink
Ultimi di sezione
-
Europa
Spinta italiana per un'Europa costruttiva
di Alberto Quadrio Curzio
-
sulla giustizia efficienza a parole
La (ir)responsabilità della politica
di Donatella Stasio
-
Europa
Un patto globale anti-elusione
di Vittorio Emanuele Parsi
-
giro di parole
Nibali è sempre brillante ma Evans ha classe e gambe da vero antagonista
di Giorgio Squinzi
-
oltre la crisi
Un mercato unico dell'energia
di Günther H. Oettinger e Radek Sikorski
-
università
Quel che lo Stato non fa per gli atenei
di Stefano Paleari








