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Questo articolo è stato pubblicato il 18 luglio 2012 alle ore 06:39.

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È ormai ogni giorno più chiaro che la crisi dell'euro, o per lo meno il suo perdurare, è in larga misura una crisi di governance. Una crisi cioè dovuta ad un'incapacità di gestione della crisi stessa. Vi sono, è evidente, anche fattori più di fondo, radicati nel disegno incompiuto dell'unione monetaria, ma è l'incapacità di gestione quotidiana quella che più sta logorando la fiducia nelle risposte sinora date. Con la conseguenza che qualsiasi effetto positivo post-vertice è divenuto sempre più effimero, durando lo spazio di un mattino.

Tale incapacità gestionale è dovuta al predominio dell'approccio intergovernativo a scapito del metodo comunitario. L'approccio intergovernativo - che vuol dire in essenza una gestione in mano ai vertici ministeriali o di capi di governo - significa un prevalere delle ragioni politiche e degli egoismi nazionali, al posto del più alto interesse comune e sovranazionale. Un risultato al ribasso, ben lontano dal federalismo necessario. Bene quindi che si sia deciso di muoversi verso un'unione bancaria e, col tempo, altre strutture federali. Ma ci vorrà tempo. Durante questo intervallo si prendano almeno dei passi che siano coerenti con l'approccio di più lunga lena. Passi magari modesti, ma col vantaggio di essere fattibili sin da oggi.

In primo luogo, si stabilisca l'obbligo di parlare in pubblico con un'unica voce. Terminato un Consiglio Europeo, e prese di comune accordo alcune decisioni, vi sia una sola conferenza stampa, del Presidente del Consiglio o dell'Eurogruppo, che le illustri in base al comunicato stampa congiunto. Si abolisca la prassi delle conferenze stampa nazionali. Pare incredibile ma, avendo sacrificato anni fa con relativa facilità le loro valute nazionali, i Paesi euro non paiono oggi disposti a rinunciare ad una conferenza stampa. Parafrasando Enrico di Borbone, la moneta unica varrà bene una conferenza stampa. Certo, non sarà facile porre la museruola a leader di governo, ma almeno ai ministri sì, e vale comunque la pena stabilire il principio. E da subito, cominciando dalla riunione di venerdì 20.

La Bce, almeno, è riuscita a stabilire un'espressione unitaria tra i Governatori delle 17 banche centrali della zona euro - individui non certo privi di forti opinioni personali. Vi sono anche qui delle deplorevoli eccezioni (egregia quella del presidente della Bundesbank, Jens Weidmann), ma sono appunto eccezioni e raramente riguardano la responsabilità centrale dell'autorità monetaria: influenzare l'andamento dell'inflazione, tramite anche l'abile gestione delle aspettative. Le aspettative si formano sì con l'azione, ma in modo essenziale anche con una comunicazione disciplinata, fatta di parole precise e coerenti con l'obiettivo prefissato.

Ciò è ancor più vero per il superamento di una crisi finanziaria, che richiede fiducia. E non vi può essere fiducia senza la trasmissione di una unità d'intenti, ultimamente distrutta dal marasma di distinguo nordici. Poco sorprende, in questo clima, il perdurare degli spread a livelli, secondo l'Fmi, ingiustificati dai fondamentali.

Purtroppo l'approccio intergovernativo, e la disunità che ne risulta, è destinato a perdurare, poichè - come già l'attuale Efsf - nemmeno l' Esm sarà un'istituzione comunitaria. Ma anche qui sono possibili dei passi positivi da subito. Si deleghi cioè la maggior parte dei poteri dal previsto Consiglio dei Governatori dell'Esm (che altro non è che l'attuale eurogruppo dei Ministri economici e finanziari) al più tecnico Consiglio di Amministrazione, composto da persone nominate da ogni Ministro e «dotate di elevata competenza in campo economico e finanziario. Anche se sarebbe ingenuo pensare che tale delega riuscirebbe a spoliticizzare e denazionalizzare appieno le deliberazioni anti-crisi, ne ridurrebbe l'attuale livello esasperato. Togliere tali deliberazioni, specie quelle sugli interventi nei singoli Paesi, dai vertici di Ministri e/o capi di Governo, ne aumenterebbe l'efficienza. Una crisi dai ritmi intensi non può essere gestita da riunioni a calendario prefissato e sotto l'incalzare dei riflettori mediatici. Va maneggiata in modo continuativo, da un organo in cosiddetta "sessione permanente" e soggetto ad una certa riservatezza, quale - a livello internazionale - l'Executive Board del Fmi. S'impari appunto dal Fmi, le cui decisioni non sono mai commentate dai singoli Direttori Esecutivi, tanto meno da ognuno dei 188 Paesi membri (figuriamoci la cacofonia che ne risulterebbe).

E infine, sempre sulla falsariga del Fmi, si stabilisca anche per il Direttore Klaus Regling e per il personale dell'Efsf/Esm quanto disposto dallo Statuto del Fmi, e cioè che «nell'esercizio delle loro funzioni, il Direttore generale e il personale hanno doveri soltanto nei confronti del Fondo: ogni Stato membro deve rispettare il carattere internazionale di tali funzioni e astenersi da qualsiasi iniziativa intesa a influire sul personale del Fondo nell'esercizio di queste sue funzioni». Solo con tale garanzia d'indipendenza e di affrancamento dalle capitali nazionali si può sperare in un approccio realmente “europeo,” essenziale al superamento di questa lunga e sofferta crisi.

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