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Questo articolo è stato pubblicato il 25 luglio 2012 alle ore 07:55.

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Come si vede dal drammatico andamento dei mercati, la crisi dell'euro è in pieno corso. Il rasserenamento dopo gli accordi raggiunti nel Consiglio Ue di fine giugno è durato solo qualche giorno: appena è stato evidente che al consenso di principio corrispondevano interpretazioni diverse dei vari Paesi, il ballo è ricominciato.

Sabato è dovuto intervenire il presidente della Bce per assicurare che l'euro è irreversibile: l'influenza delle dichiarazioni è durata lo spazio di un mattino. Nel week-end è emersa una situazione molto difficile in Spagna, mentre è ricominciato lo scontro sulle misure che la Grecia si era impegnata ad adottare, di conseguenza gli spred di Spagna e Italia sono saliti alle stelle, mentre le Borse scendono a capofitto.
È ormai evidente qual è il problema dell'euro: la sua debolezza dipende dalla fragile intelaiatura istituzionale su cui poggia; l'unione monetaria avrebbe bisogno di avere alle spalle una vera unione politica fra i Paesi che vi partecipano. Ma l'unione politica resta un traguardo lontano, irrealizzabile nel tempo breve. In queste condizioni è assai difficile evitare che si diffonda l'idea che la moneta europea sarà scomparsa ben prima che si giunga all'unione politica.

Jacques Delors sapeva benissimo che la moneta senza l'unione politica non stava in piedi: fu lui stesso a suggerire nel 1990 la convocazione parallela di due conferenze intergovernative, una per definire le regole di funzionamento della moneta unica, l'altra per fare passi verso l'unione politica. Ma quando fu chiaro che questa seconda conferenza si avviava a un nulla di fatto, invece di fermare il progetto della moneta unica, Delors preferì andare avanti nella fiducia che la forza del vincolo costituito dalla moneta avrebbe costretto i Paesi dell'euro a compiere ex post passi verso l'integrazione politica che non erano in grado di fare ex ante.

Così nacque il Trattato di Maastricht del '92 che fissava le tappe per il passaggio alla moneta unica e rinviava al futuro l'unione politica. Forse nella decisione di separare la questione politica da quella monetaria vi fu una certa arroganza tecnocratica: noi che siamo europeisti e ai vertici delle istituzioni europee - sembrarono dire Delors e gli altri - sappiamo che per i Governi è difficile rinunciare alla sovranità; creando la moneta unica, essi a un certo punto saranno costretti dai fatti a rinunziarvi. Forse poté apparire un azzardo calcolato. Forse fu una manifestazione di quell'ottimismo della volontà che copre una riflessione insufficiente.
In realtà, la decisione di Maastricht costituisce uno spartiacque fatale nella storia dell'integrazione europea perché segna l'abbandono del "metodo Monnet".

Nell'idea di Jean Monnet la costruzione dell'Europa doveva avvenire a piccoli passi perché, solo constatando i vantaggi che derivavano dalla cooperazione, gli europei avrebbero scoperto il valore dell'unità dell'Europa. La decisione di procedere alla creazione dell'euro in assenza delle condizioni politiche che potessero sorreggerlo è all'origine del disastro attuale. Ora siamo con le spalle al muro e dobbiamo uscirne in fretta. E non sarà certo la prospettiva dell'unione politica a compiere il miracolo. Se mancavano al tempo di Maastricht le condizioni politiche necessarie, ancor meno sono presenti oggi, mentre si accumulano sospetti reciproci, mentre le condizioni economiche e sociali dei paesi in difficoltà divengono esplosive, mentre ai tavoli di Bruxelles i Paesi cercano di recidere tutti i legami di dipendenza reciproca.

Politicamente - è doloroso dirlo - l'euro è condannato. Basta vedere da quante riserve viene accompagnata in tutti i Parlamenti la ratifica dei nuovi trattati Ue, dal Fiscal compact all'Ems. Oggi in nessun Paese europeo vi sarebbe la ragionevole garanzia di un voto popolare favorevole se uno di questi trattati venisse sottoposto a un referendum. Quanto può durare una situazione così compromessa? Il rischio è che una prolungata crisi dell'euro possa coinvolgere altri capitoli dell'acquis communautaire, dall'unione doganale al mercato unico.
Mi chiedo se non sarebbe prova di lungimiranza da parte dei leader europei cominciare a riflettere su una via di uscita ordinata dalla moneta unica per tutti i Paesi che ne fanno parte, o per quanti fra questi ritengano troppo oneroso e insostenibile continuare a farne parte.

Il pericolo è che, mentre tutti si affannano a rafforzarlo, un aggravamento improvviso della crisi dell'euro possa travolgere non solo la moneta unica, ma anche buona parte del cammino che l'Europa ha compiuto nel secondo dopoguerra. Giovedì scorso il ministro Moavero ha ricordato che circa cento anni fa l'attentato di Sarajevo dava il via a quella lunga guerra civile europea che ha insanguinato il Novecento. Ed ha giustamente ricordato che il processo di integrazione europea ha garantito la pace all'Europa. L'azzardo della moneta unica sta ora mettendo in pericolo proprio quello che un cinquantennio di integrazione europea era riuscito a costruire.

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