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Questo articolo è stato pubblicato il 28 luglio 2012 alle ore 08:00.

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Questo mese è stato raggiunto l'accordo sul salvataggio della Spagna, ma con così tante restrizioni e segnali che non si tratta di qualcosa di più ambizioso, che i mercati non hanno manifestato grande entusiasmo. È stato interessante anche quello che è successo con i titoli di Stato irlandesi: il recente recupero era frutto delle speranze che il salvataggio del sistema bancario irlandese potesse essere "europeizzato": appena queste speranze sono state spazzate via, le cose sono tornate come prima. Ma quando comincerà la crisi vera e propria? Difficile dire. Alcuni indicatori sembrano far ritenere che i mercati si aspettano il peggio, ma non subito.

Sembra proprio di assistere alla Legge di Dornbusch in azione. Nel 1995, commentando la crisi economica messicana, il compianto economista Rudi Dornbusch disse: «La crisi a costruirsi ci mette molto più tempo di quello che si crede, e poi succede tutto molto più in fretta di quello che ci si aspetterebbe. È esattamente così che è andata in Messico: ci ha messo una vita a svilupparsi e poi è successo tutto in una notte». Quanto vorrei che Rudi fosse ancora fra noi. Di voci assennate come la sua si sente un gran bisogno.

L'ossessione per l'inflazione
Sul sito Business Insider è uscito un articolo intitolato "La crisi che stiamo vivendo è tutto il contrario di una crisi del debito pubblico". La prima cosa che ho pensato è stata: beh, stanno dicendo una cosa ovvia. Poi ho guardato i commenti. L'autore del pezzo pubblicato il 15 luglio, il vicedirettore Joe Weisenthal, sottolinea che, tranne alcuni Paesi della zona euro, i rendimenti sui titoli di Stato sono in caduta libera dal 2007: gli investitori corrono a comprarli, non il contrario. Sono rimasto un po' sorpreso dal fatto che Weisenthal definisse questa descrizione "controcorrente". Dipende dalla definizione che si dà di "controcorrente", ma di sicuro l'idea che quello a cui stiamo assistendo sia soprattutto un processo di riduzione della leva finanziaria nel settore privato, con conseguente incremento del deficit degli Stati, e tassi bassi perché c'è più risparmio di quello che sarebbe auspicabile, è piuttosto diffusa (e sostenuta da dati in abbondanza).

Si discute anche molto sulla presunta carenza di beni sicuri. Ne parlano gli uffici studi delle banche, gli accademici, ricorre spesso sul blog Alphaville del Financial Times e così via. Non mi sembra che Weisenthal dica nulla di rivoluzionario. Ma quei commenti! Non erano solo persone in disaccordo, era gente che sembrava guardare Weisenthal come una specie di alieno. Per loro era folle sostenere che quella che stiamo vivendo non è una smisurata crisi dei deficit, con un'inflazione in stile Zimbabwe in agguato. E lo so che non sono solo gli autori dei commenti sul Business Insider a pensarla così: è abbastanza evidente che la gran maggioranza delle persone che impiegano il loro tempo a seguire le notizie e blog finanziari vive in un universo intellettuale dove esiste solo il male supremo dei disavanzi e la grande inflazione che ci attende: anni e anni di tassi di interesse bassi e inflazione che non decolla - che devono essere costati parecchi soldi a quelli che credono a questa roba - non hanno intaccato le loro certezze.

È un fenomeno interessante. Stavolta non credo che si tratti di un effetto dei consueti sforzi propagandistici della destra. C'è qualcosa, nella linea narrativa «Deficit! Inflazione!», che tocca corde sensibili in tantissime persone, non importa quanto spesso e clamorosamente venga smentita nei fatti; e questo qualcosa è impermeabile anche ai tentativi di far notare che i conti devono tornare, che non possono tutti spendere simultaneamente meno del loro reddito. Che sta succedendo? Qualche idea ce l'ho. Ovviamente c'è anche il problema che una mentalità di questo tipo si rafforza da sola, perché è quello che i consumatori di informazione finanziaria vogliono sentirsi dire e i fornitori di contenuti reagiscono dicendogli quello che vogliono sentirsi dire, al punto che quando qualcuno come Weisenthal fa notare che semplicemente non è così rimangono scioccati e disorientati. Ma è un fenomeno che va affrontato, perché è uno dei fattori che distorcono il dibattito sulle politiche economiche.

© 2012 New York Times
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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