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Questo articolo è stato pubblicato il 05 agosto 2012 alle ore 07:51.
L'ultima modifica è del 05 agosto 2012 alle ore 14:52.

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«Rajoy sta tenendo aperti tutti i fronti e sembra destinato alla sconfitta ovunque». Il socialista Alfredo Perez Rubalcaba ha perso le elezioni dello scorso novembre ma non la capacità di cogliere il senso della fase economica e politica della Spagna: dopo aver travolto José Luis Zapatero e l'intera sinistra spagnola, la crisi economica sta mandando all'aria tutti i progetti della destra salita al Governo.
Mariano Rajoy, premier da quasi otto mesi, continua a prendere tempo. Dentro i confini nazionali trascina la disputa con le autonomie regionali sulla riduzione della spesa e quindi sul risanamento del bilancio pubblico, dopo aver negato a lungo le difficoltà delle cajas. In Europa ha atteso finché ha potuto che i problemi spagnoli diventassero problemi di tutti, per poter alleviare la sofferenza del suo Paese: gli aiuti alle banche, la pressione dei mercati sui rendimenti del debito, gli obiettivi di deficit concordati, rivisti, rivisti ancora. E anche in questi ultimi giorni ha fatto sapere di non avere fretta: quasi rifiutando l'emergenza. Tentando anzi un difficile negoziato con Bruxelles sugli aiuti del fondo salva-Stati e sul sostegno della Bce, comunque li si consideri - arrivati a questo punto - un vero bailout dell'intera economia nazionale spagnola.

Rajoy ha perso credibilità. Nel suo Paese dopo essersi rimangiato troppe volte la parola sulle tasse, sugli stipendi della pubblica amministrazione, sulle misure di sostegno alle banche, sul lavoro. Con i partner europei, a causa di qualche svarione diplomatico e per non aver rispettato i patti sui parametri di bilancio. E i problemi non se ne sono andati, e anzi si sono ingigantiti.
La Spagna deve ancora finire di scontare le conseguenze del crollo dei prezzi del settore immobiliare: i prezzi delle case continuano a scendere e secondo Standard&Poor's sono destinati a calare ancora del 25 per cento. Nuovi guai in vista per gli istituti di credito imbottiti di assett ormai senza valore e per tutto il Paese a corto di credito. Con le costruzioni si è fermata tutta l'economia: la recessione sarà più lunga del previsto, i primi timidi segnali di ripresa arriveranno solo nel 2014 e solo nel 2017 il Pil tornerà ai livelli del 2007. Mentre la disoccupazione sfiora il 25 per cento.

Quantomeno imprudente in queste condizioni - con l'aggravante delle misure di austerity introdotte e dopo aver sforato in modo clamoroso nel 2011 - promettere all'Europa di riportare il deficit sotto al 3% del Pil nel 2014. E un po' azzardato avanzare pretese con Bruxelles tentando di mascherare il salvataggio per aggirare le condizioni che la Spagna deve all'Europa.

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