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Questo articolo è stato pubblicato il 10 agosto 2012 alle ore 06:50.
L'ultima modifica è del 10 agosto 2012 alle ore 09:05.
Lo stato di marginalità sociale dei giovani d'oggi non è il frutto amaro di una sfortunata congiuntura astrale, ma dell'anemico ricambio nei ruoli, soprattutto delle nostre élite, implacabilmente invecchiate come la società.
Partiamo dagli ascensori sociali bloccati. Se negli anni Sessanta i giovani esplosero come new social entry, circa mezzo secolo dopo, al contrario, va in scena la loro marginalizzazione sociale, l'evaporazione di una generazione "invisibile". Tassi di disoccupazione impensabili, incidenza dell'imprenditorialità giovanile in declino, attività professionali in sospensione: alcuni giovani si appartano rinunciatari tra i Neet, altri, imitando le grandi emigrazioni italiane nel Novecento, espatriano, questa volta alla ricerca di un lavoro ad elevato contenuto cognitivo e professionale.
L'istruzione terziaria (grande chance della generazione sessantottina) prima ancora che sia diffusa a livelli medi europei, in Italia, è già in panne: non funziona più come fattore spinta nell'inserimento e come credito distintivo per tentare di raggiungere la "stanza dei bottoni", come accadeva quarant'anni fa, quando emerse una vera e propria élite laureata.
Oggi, ne fanno le spese i nostri laureati, con la riduzione delle loro opportunità d'inserimento e dei loro compensi. La tradizionale gavetta rischia di protrarsi a lungo. Prima di usare il bisturi piuttosto che passarlo, prima di partecipare da protagonista a un importante progetto piuttosto che fare da passacarte a 400 euro al mese, c'è un limbo, un lungo percorso di anzianità ed esperienza, sull'opportunità del quale ci sarebbe da molto da discutere. L'età media di stabilizzazione in un lavoro, in una professione, in un'attività imprenditoriale è attorno ai 38 anni, non giovane.
È chiaro che se ci si stabilizza nella propria attività non più giovani, le élite non possono altro che essere, a larga maggioranza, vecchie. In breve: la speranza "teorica" di accedere alle élite cresce con l'età. Esistono due eccezioni a questa gerontocratica correlazione: giovani che ereditano ricchezza o privilegi; giovani che conducono gli studi in esclusive università estere che, per reputazione, riescono ancora a fungere da ascensore sociale. Pochi però possono permetterselo.
In entrambi i casi, si tratta di piccoli numeri rispetto all'ampio ricambio necessario a élite plurali e moderne che, oltre che la ricchezza e il prestigio, ricorrono a risorse quali l'autorità, l'organizzazione, la comunicazione, il consenso. Il risultato è che la guida del paese è affidata agli anziani in un'Italia non per giovani.
Questa realtà, che brucia in un paese appena scottato da una severa riforma pensionistica, ha suscitato un vespaio di polemiche tra le due ali della popolazione, giovani e vecchi. Le argomentazioni più convincenti addotte dai giovani sono la loro innocenza e un disorientamento dovuto a cattivo esempio. Non hanno colpe per un paese afflitto da una lunga crisi politica e morale e ora in preda a un'inesauribile crisi economico-finanziaria. Ritenendosi innocenti, non capiscono perché ora debbano pagare (più disoccupazione, meno reddito e ricchezza) per errori non commessi.
Il debito pubblico che stiamo loro tramandando è lo specchio del cattivo esempio che i più anziani hanno dato e danno. Il rimprovero colpisce nel segno: non solo i giovani sono emarginati da un mondo che altri hanno costruito e che non funziona, ma sono disorientati perché i tradizionali riferimenti dell'ordine sociale che ereditano - mercati e stati - hanno entrambi di recente registrato clamorosi fallimenti. Ora la rotta è sconosciuta.
I vecchi reagiscono a queste evidenze, sostenendo che i giovani d'oggi non hanno abbastanza grinta, abbastanza "fame" per crescere e affermarsi. Certo c'è un abisso in termini di senso e cultura del lavoro tra giovani e vecchi, ma con la loro opinione sui giovani, i più anziani non fanno che prolungare la loro angoscia sul futuro del mondo. Tuttavia, anche l'inevitabile ha una via di uscita, in questa vita. La diatriba tra giovani squattrinati e senza lavoro versus anziani confortati da piccoli/grandi patrimoni, non ha contribuito a indicare i due ingredienti indispensabili per rimettere in scena le nuove generazioni: il merito - di cui abbiamo scritto in occasioni precedenti - e l'effettivo ricambio dei ruoli di vertice. Il secondo, negli anni correnti, ha fatto registrare qualche passo in avanti, grazie anche a una maggiore visibilità delle donne a capo d'importanti organizzazioni e istituzioni e alle quote rosa nei cda e nei partiti, laddove hanno funzionato.
Avvicinandosi la scadenza elettorale del 2013, nel paese si aspetta un significativo ricambio dei ceti politici attuali. Si dirà, da sponda partitica, che il ricambio è già assicurato da regole sulla trasparenza o sul limite del doppio mandato (eccetto deroghe) dei candidati. Tuttavia, per attestare la loro buona fede nel cambiamento, i partiti politici, al di là del modello elettorale adottato, dovrebbero assumere la semplice regola che almeno 2 candidati su 3, alle prossime elezioni, non siano mai stati parlamentari e che, alla fine della competizione, il 60% dei parlamentari risulti neoeletto. Nel caso, avremmo un tasso di ricambio pari al "picco" delle elezioni politiche del 1994, dopo Tangentopoli. Inoltre, evitando di aggiungere alle quote "rosa" le quote "verdi" dei giovani, avremmo reso maggiormente contendibili le cariche elettive, dando più opportunità ai giovani di mettere in valore politico le loro capacità.
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