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Questo articolo è stato pubblicato il 23 ottobre 2012 alle ore 07:35.

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Nel 2009, quando venne a crearsi (per breve tempo) un consenso politico in favore di politiche di bilancio attive per combattere la recessione economica, molti misero in guardia dal rischio di ripetere il famigerato errore del 1937, quando il presidente Franklin Delano Roosevelt si lasciò convincere a concentrare gli sforzi sul risanamento dei conti pubblici in un momento in cui l'economia era ancora debole, stroncando la ripresa e precipitando gli Stati Uniti nella seconda fase della Grande Depressione.

E che cosa hanno fatto i politici e i banchieri centrali dei giorni nostri? Ovviamente hanno ripetuto l'errore del 1937.
Il nuovo World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale di fatto è una documentatissima lamentazione contro le conseguenze di questo infausto ripetersi della storia. Onore al Fondo per aver avuto il coraggio di dirlo, sfidando l'ira di personaggi potenti e riconoscendo di aver sbagliato analisi.
Ma c'è un punto che a mio parere è stato travisato, nel dibattito su questa nuova preoccupazione del Fmi per l'austerità prematura. Gran parte della discussione si concentra apparentemente sull'opportunità di alleggerire la morsa sui Paesi debitori, argomento che per la zona euro è sicuramente di cruciale importanza. Ma dietro al "1937 mondiale" che stiamo vivendo non c'è solo l'austerità forzata in Spagna, Grecia e altri Paesi. C'è anche - a mio parere, soprattutto - l'austerità non forzata in quei Paesi che ancora sono in grado di ottenere prestiti a tassi molto bassi.

Guardate le stime del Fiscal Monitor del Fmi sui disavanzi di bilancio corretti in base alla congiuntura, calcolati in percentuale del prodotto interno lordo potenziale. Non credo che si debbano prendere questi numeri come il vangelo: nel caso della Gran Bretagna, quanto meno, si può sostenere con ottime ragioni che il Fmi sta enormemente sottovalutando il Pil potenziale, e sopravvalutando, di conseguenza, il disavanzo strutturale; e ho idea che la stessa cosa valga, anche se in misura minore, per gli Stati Uniti.
Ma il punto è che perfino quei Paesi che sono in grado indebitarsi a buon mercato e non devono fronteggiare alcuna pressione da parte dei mercati o di forze esterne perché applichino politiche di rigore nell'immediato si sono impegnati in un drastico piano di riduzione della spesa pubblica.
Tutto questo avviene in un contesto in cui il settore privato tiene ancora il freno tirato e cerca di rientrare dall'orgia di indebitamento del decennio passato: in altre parole stiamo creando una situazione in cui sia il settore privato che il settore pubblico cercano di tagliare le uscite rispetto alle entrate. E l'economia mondiale - chissà mai perché - arranca con la lingua di fuori.

La cosa davvero incredibile è che questo nefasto errore in generale non è frutto di interessi particolari o di una reticenza a prendere scelte difficili. Al contrario, è incoraggiato da quelle "Persone Tanto Coscienziose" che si fanno vanto di essere pronte a prendere scelte difficili (che ovviamente comportano patimenti per gli altri). Anzi, è proprio il desiderio di prendere scelte difficili, o almeno di dare l'impressione di farlo, il motivo che spinge queste "Persone Tanto Coscienziose" a ignorare i numerosi e (ora lo sappiamo) più che fondati ammonimenti lanciati da alcuni economisti su quello che sarebbe successo se avessero ceduto alla loro ossessione per l'austerità.
Izabella Kaminska, sul blog Alphaville del Financial Times, recentemente ha scritto che sono un po' "tronfio" su questo argomento. Sono un essere umano, dopo tutto. Ma è davvero uno spettacolo terribile da contemplare.
(Traduzione di Fabio Galimberti) © THE NEW YORK TIMES 2012

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