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Questo articolo è stato pubblicato il 14 gennaio 2013 alle ore 07:30.

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I dati che gli istituti specializzati elaborano e che gli organi di informazione quasi quotidianamente ci propongono in materia di condizioni economiche e sociali del Paese sono allarmanti. L'allarme è stato colto anche dal presidente Napolitano nel suo discorso di fine anno e dal Pontefice, che ha invitato le forze politiche ad adoperarsi per ridurre lo spread sociale.

Il tema delle diseguaglianze sociali è stato affrontato nello studio realizzato dall'Istituto Health Management, da decenni impegnato nello sviluppo di progetti di ricerca e formazione a supporto dell'innovazione gestionale del Servizio sanitario nazionale. La ricerca (pubblicata integralmente su www.health-management.it) ha voluto verificare se e in quale misura sono tra loro correlate, nelle diverse regioni, tre variabili significative: qualità della vita, condizioni di salute e benessere economico. Per quanto concerne la qualità della vita è stata adottata come indicatore di sintesi la media ponderata dei punteggi attribuiti alle diverse province italiane nel dossier pubblicato dal Sole 24 Ore a fine 2012. Per le condizioni di salute e il benessere economico, gli indicatori adottati sono invece il tasso standardizzato di mortalità e il Pil pro capite. Ciascuna delle variabili è stata ricondotta a una scala ordinale su cinque livelli (da pessimo a eccellente) e si è ottenuta una distribuzione delle regioni che mostra un'evidente correlazione tra le variabili considerate (si veda la tabella in pagina) e mette in luce la profonda diseguaglianza che caratterizza il Paese, con un Centro-Nord operoso e prospero e un Sud che si allontana sempre di più dai livelli di benessere altrove consolidati.

La risposta a questo quadro di iniquità sociale è una sola: creare le condizioni per uno sviluppo economico che consenta di superare l'arretratezza nella quale vivono quasi 20 milioni di italiani. La cosiddetta questione meridionale non può e non deve restare un problema irrisolto, non solo per ragioni di equità, ma anche per rendere sostenibile l'obiettivo del federalismo. I dati dimostrano che la priorità assoluta è in questo momento la crescita economica, possibile solo se attraverso un piano di investimenti di eccezionale portata, liberando le risorse finanziarie necessarie, si trasforma il Sud da un grande irrisolto problema a una grande opportunità.
Nessuno nega che sia irrinunciabile un assoluto inderogabile rigore di bilancio; ma il rigore di bilancio è un vincolo, e non un obiettivo: l'obiettivo vero ed unico di chi governa un Paese è proprio quella qualità della vita di fatto negata a milioni di persone.
Fermo restando quindi il vincolo del rigore di bilancio, si deve trovare il modo per restituire dignità e sicurezza a chi non ha un lavoro, a chi ha rinunciato a cercarlo avendo perduto ogni speranza, come dimostrano i dati drammatici appena pubblicati dall'Istat; si deve in sostanza rilanciare lo sviluppo economico. E a questo riguardo due considerazioni appaiono centrali:

- prima ancora di trovare le risorse finanziarie che potrebbero essere finalizzate a sostenere lo sviluppo economico, lo Stato deve riscoprire che il ruolo ad esso attribuito è assicurare che siano rispettate le condizioni indispensabili per rilanciare la crescita, ossia infrastrutture e legalità;
- le risorse devono essere trovate non imponendo nuove tasse ai cittadini onesti, ma agendo su due direttrici, ossia: la riduzione del debito pubblico e il recupero dell'evasione fiscale.
Per quanto concerne il debito pubblico la convinzione che il rigore di bilancio e i conseguenti risultati positivi in termini di avanzo primario possano essere sufficienti a risolvere il problema appare un clamoroso errore di politica economica, perché gli effetti dell'avanzo primario sulla riduzione del debito richiedono tempi incompatibili con l'emergenza sociale.
Secondo l'ultimo dato disponibile, (sul supplemento al bollettino statistico della Banca d'Italia del 14 dicembre scorso) il debito ha raggiunto l'astronomica cifra di 2.015 miliardi di euro, con un onere annuo di interessi di circa 85 miliardi.

Sul fronte dell'evasione fiscale i pur brillanti risultati finora conseguiti hanno consentito un recupero dell'ordine del 10% dell'imposta evasa, dimensione insufficiente sia per liberare le risorse necessarie per sostenere lo sviluppo sia per distribuire in maniera più equa l'imposizione fiscale. Occorre avere finalmente il coraggio di adottare l'unica misura che appare idonea a risolvere il problema: l'eliminazione totale del contante come mezzo di regolazione delle transazioni finanziarie. Avvalendosi delle moderne tecnologie informatiche questo non solo renderebbe praticamente impossibile l'evasione fiscale, ma rappresenterebbe anche una misura di efficace contrasto alla criminalità organizzata.
Chi assumerà il governo del Paese deve rendersi conto che la priorità assoluta è quella di rilanciare lo sviluppo economico, condizione ineludibile non solo per tenere in ordine i conti pubblici, ma anche per dare risposta ad una domanda di equità che trova nei dati presentati in questo studio una drammatica ed oggettiva espressione.
Responsabile scientifico Istituto Health Management

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