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Questo articolo è stato pubblicato il 19 maggio 2013 alle ore 14:05.

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Fra poco più di un mese si concluderà la valutazione delle Università e degli enti di ricerca condotta dall'Anvur (l'agenzia indipendente di valutazione del sistema universitario) dopo un lungo periodo di lavoro imponente che ha coinvolto gruppi di ricercatori delle varie discipline. Grazie a questo sforzo si disporrà una mappa completa della ricerca in Italia e di un insieme di ranking che daranno una idea abbastanza precisa della qualità accademica dei vari dipartimenti e università, così come avviene ad esempio in Inghilterra.

L'esercizio dell'Anvur non è stato privo di problemi. In un settore dove si annidano rendite di posizione e dove si pretende di valutare ma non si accetta di essere valutati, il lavoro è stato fortemente criticato, a volte in modo capzioso (a parole nessuno si oppone alla valutazione, ma molti la vogliono fare a modo loro). Ma alla fine l'esercizio è stato portato a termine. Poiché gli indicatori di qualità della ricerca saranno resi pubblici, potranno essere osservati da tutti e, per questo, incidere sulla reputazione delle università (e degli enti di ricerca, a partire dal Cnr) e dei rettori che le governano. Potranno essere consultati dagli studenti e guidare la scelta dell'ateneo dove iscriversi (ed eventualmente la disciplina a cui dedicarsi).

Già questo potrà avere un effetto rilevanti sul comportamento delle università. Perché, se un rettore tiene alla reputazione del proprio ateneo eserciterà un po' di sforzo in più per migliorare la qualità accademica dell'istituzione che governa. E perché, influenzando la capacità di attrarre studenti (e quindi fondi), i rankings inietteranno semi di concorrenza tra le università che saranno maggiormente motivate a perseguire come obiettivo il miglioramento della qualità.
Ma la valutazione potrà dare un contributo ancor più rilevante a migliorare il funzionamento e la qualità delle università se verrà usata per graduare i trasferimenti ai vari atenei/dipartimenti.

Questo è ciò che è accaduto da tempo in Inghilterra, dove la valutazione ha come scopo principale quello di fornire una classifica della qualità degli atenei che viene usata per ripartire i trasferimenti pubblici. E da quando questa politica è stata attuata si è assistito a un miglioramento delle istituzioni accademiche che competono strenuamente per preservare e migliorare il loro ranking. Lo stesso dovrebbe esser fatto in Italia. La legge Gelmini stabilisce infatti che una quota rilevante dei trasferimenti statali alle università deve essere legata alla qualità degli atenei e che parte dei trasferimenti dipenderà dalle valutazioni dell'Anvur. In che modo congegnare questo legame non è stato esplicitato (forse per paura che ciò facesse affondare l'esercizio di valutazione fin dall'inizio). Ciò che non è stato chiarito ex ante deve essere fatto ex post dal ministro Maria Chiara Carrozza.

Le disponibilità finanziarie, anche per lo stato delle finanze pubbliche, da destinare all'incentivazione del merito non sono tante (al più il 10% del totale dei trasferimenti alle università). Ma proprio per questo bisogna distribuire i "fondi per il merito" nel modo più efficace possibile per iniziare a inserire incentivi abbastanza potenti per innalzare la qualità degli atenei. Un incentivo è potente se è "sostanzioso" e se premia in modo significativo i buoni risultati. Per funzionare non si deve premiare tutti e tra i premiati bisogna premiare chi consegue risultati migliori. Il ministro Carrozza potrebbe ad esempio adottare una regola che assegna "fondi premiali" solo alle università che sulla base degli indicatori Anvur della qualità accademica dei dipartimenti (eventualmente integrati con altri indicatori di qualità – l'Anvur ne calcola 7) si collocano nel top 25% della distribuzione. E all'interno di questo gruppo, ripartire i fondi secondo una funzione crescente della qualità.

Quanto ripida dipende da quanto si vuole premiare la qualità. Può essere poco ripida all'inizio e più elevata negli anni successivi in modo da dare tempo alle università di reagire al sistema di valutazione e di organizzarsi per gareggiare meglio per l'assegnazione dei fondi. Questo è il secondo punto cruciale. Se la valutazione serve per disegnare uno schema di incentivo, lo schema di incentivo serve per modificare il comportamento. Ma perché il comportamento possa essere modificato occorre liberta decisionale. Se si adotta un sistema di trasferimenti basati sulla performance, alle università dovrà essere restituito il potere di decidere le politiche del personale, sia in entrata che (e, questa sarebbe la novità) in uscita.

L'errore commesso nel passato non fu quello di passare ai concorsi locali. L'errore fu quello di non averli accompagnati con un sistema di trasferimenti condizionati alla performance del singolo ateneo/dipartimento in modo che chi assumeva un asino ne pagava le conseguenze. Fu questo errore a provocare il fallimento di quella riforma. Adottare un sistema di trasferimenti basati sulla performance, senza dare autonomia gestionale, sarebbe un errore simmetrico: chi oggi sta nella parte bassa del ranking, pur volendo, non potrebbe reagire per migliorare; chi sta nella parte alta e riceve i trasferimenti, non avrebbe interesse a migliorare perché non si sentirebbe minacciato. Non facciamo fallire anche questa occasione di riforma.

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