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Questo articolo è stato pubblicato il 22 giugno 2013 alle ore 09:40.

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Un Paese diseguale è un Paese inefficiente. Mi pare un segno dei tempi che a proporre questo passaggio, nella sua relazione inaugurale a Santa Margherita Ligure lo scorso 7 giugno, sia stato il presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Jacopo Morelli.

In mezzo a tante dichiarazioni forti, quando non slogan di facile presa proposti a destra e a sinistra, parole così incisive aiutano a cogliere un lato della crisi che stiamo vivendo in Italia, ma ormai sempre più in Europa, di cui la politica e il giornalismo economico forse non si occupano abbastanza. Il presidente Morelli parla della disuguaglianza dei punti di partenza «che mina l'emergere della valorizzazione del merito», quella per cui «solo l'8,5 percento dei figli di operai diventa imprenditore, dirigente o libero professionista. Non è accettabile. Chi proviene da famiglie con modesta istruzione e basso reddito ha un muro davanti, che appare tanto insormontabile da far rinunciare allo studio e al lavoro. Dobbiamo abbattere, mattone per mattone, questo muro. La disuguaglianza impoverisce tutti, perché una società diseguale è una società frammentata, nella quale si abbassano produttività ed eccellenza».

La citazione di Adam Smith, secondo cui «nessuna comunità può essere florida e felice, se la grande maggioranza dei suoi membri è povera e miserabile» poteva essere accompagnata da richiami a più recenti economisti come Amartya Sen, Jeffrey Sachs e William Easterly, per non parlare del concetto di giustizia secondo Rawls.
Il punto da cogliere non è tanto la (giusta) istanza etica, secondo cui l'inclusione sociale è una componente rilevante del «benessere equo e sostenibile», quanto il fatto che la disuguaglianza dei punti di partenza causa una tragica dissipazione di risorse umane, riducendo il potenziale dl crescita del sistema economico. Combattere la disuguaglianza dei punti di partenza non contraddice la meritocrazia, anzi ne consente una promozione intelligente, allargando la platea della competizione tra meritevoli e riducendo il potere delle rendite familistiche-oligarchiche.

Ciò vale tanto più a causa del continuo incalzare delle rivoluzioni tecnologiche. Anche categorie professionali tradizionalmente protette sono esposte al rischio dello spiazzamento occupazionale, come ci ricorda il recente rapporto McKinsey sulle dodici «disruptive technologies» (come genomica, stampanti digitali, materiali avanzati, nuove forme di produzione e conservazione dell'energia…) che nel prossimo decennio trasformeranno la vita e gli affari dell'economia globale, sconvolgendo offerta e domanda di prodotti e di processi, con pesanti e diffusi effetti sui mercati del lavoro.
Con quali politiche far fronte a queste sfide? Nello stesso convegno l'intervento del premio Nobel James A. Mirrlees, intitolato «Opportunità senza disuguaglianze», richiamava l'attenzione dei giovani (e meno giovani) imprenditori all'importanza degli investimenti pubblici in istruzione, a tutti i livelli e a tutte le età, volti a stimolare la crescita del capitale umano, che resta il più potente strumento di inclusione sociale e di lotta alla disoccupazione di lunga durata.
Naturalmente l'investimento in istruzione a tutti i livelli richiede anni per produrre gli effetti desiderati, nel frattempo va ridisegnato (non smantellato) il sistema di sicurezza sociale e di servizi per l'impiego.

Il Forum OCSE 2013, tenutosi a Parigi il 28-29 maggio, aveva come parole-chiave «People.Trust.Equality». Centralità delle persone, della fiducia nelle istituzioni, delle politiche mirate ad una società più inclusiva. Qualcuno ricorda la ripetuta penetrante enfasi oratoria di Barack Obama («We, the people») nel suo discorso sullo stato dell'Unione?

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