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Questo articolo è stato pubblicato il 29 agosto 2013 alle ore 07:54.

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Chissà se il segretario di Stato americano John Kerry, in queste notti, ha mai sognato il suo predecessore Colin Powell, quando esibì di fronte al Consiglio di sicurezza dell'Onu la famosa "pistola fumante" che doveva giustificare l'invasione del Kuwait nel 2003. Ed è singolare che Barack Obama (il primo premio Nobel per la pace "sulla fiducia" che la storia ricordi) debba ancora una volta essere in procinto di decidere se scatenare un attacco militare contro un Paese arabo: dopo la Libia, la Siria.

Non per caso si riforma, nel suo nocciolo duro, l'alleanza della guerra di Libia, con Francia e Gran Bretagna ancora una volta nel ruolo dei bellicosi junior partner e un'America un po' meno riluttante, soprattutto a causa della "linea rossa" tracciata dal presidente Obama qualche mese orsono, a proposito del possibile impiego di gas da parte del regime di Assad. In politica estera, le linee rosse quasi mai finiscono con il sortire l'effetto di scoraggiare i reprobi, mentre sempre aggiungono un vincolo, un elemento di rigidità al comportamento di chi le traccia. Ora così, se non vuol perdere la faccia, Obama deve fare qualcosa, e si ritrova ancora una volta in compagnia di Francesi e Inglesi, oltre che di Sauditi e Turchi: tutta gente che ha l'aria di sapere (o di credere di sapere) qual è la cosa giusta da fare. Con l'eccezione della Turchia di Erdogan, fino a poco più di un anno fa grande amico di Assad, gli stessi che, contribuendo a liberare la Libia da Gheddafi, l'hanno consegnata al caos attuale.

Italia e Germania sono entrambe schierate dalla parte degli "euroscettici", ovvero di quella parte cospicua di Paesi europei che, pur ritenendo quello di Bashar un regime criminale, considerano che prima di scatenare una punizione militare contro il "Leone di Damasco" occorrerebbe avere in mano prove certe circa la responsabilità dell'impiego di gas sarin e una risoluzione del Consiglio di sicurezza e che, comunque, giudicano controproducente qualunque ipotesi di automatismo tra autorizzazione e intervento.
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L'ennesima riproposizione dello schema di un'America muscolare e di un'Europa divisa, visto tante volte in scena in questi decenni? Non proprio: in questo caso, l'America di Obama appare uno sceriffo sempre più riluttante, confusa, e ancora una volta quasi "incatenata" alla politica degli alleati minori. E per una volta i timori di gran parte degli europei scettici appaiono fondati.

«La Siria non è il Kosovo» (e neppure la Bosnia), ovvero non è un'enclave di disordine incapsulata dentro il territorio dell'Unione ma rappresenta un Paese da sempre in prima linea nell'infinito conflitto arabo-israeliano; il regime di Assad non è il regime di Milosevic, ovvero il solitario responsabile dell'instabilità regionale; e non si vedono Paesi desiderosi di far stazionare in Siria per anni decine di migliaia di peace-keeper per garantire la sicurezza dell'area. Il regime del resto non cadrà per qualche missile cruise ed è difficile immaginare che, dopo lo smacco libico, la Russia possa acconsentire a qualcosa di più standosene con le mani in mano. Per tacere dell'Iran.
Impostare il dilemma occidentale circa il comportamento da tenere contro Assad e per salvaguardare l'efficacia del tabù sulla guerra chimica sull'opposizione "fare/non fare" è sbagliato, perché esistono condizioni in cui, peggio di "non fare", è "fare peggio".

E questo è particolarmente vero nel caso siriano. Se l'intervento delle tre potenze occidentali dovesse portare al collasso del regime di Assad, infatti, il riprodursi in Siria di una "evoluzione" di tipo libico sarebbe tutt'altro che da escludere, con conseguenze devastanti sull'intera regione: a partire dal Libano e dalla Giordania. Uno scenario a dir poco da incubo, oltre che per tutti i popoli del Levante ovviamente, soprattutto per l'Europa che, diversamente dagli Stati Uniti alla stabilizzazione della regione mediterranea ha un interesse permanente, non suscettibile di essere relativizzato dalla prospettiva di future autosufficienze energetiche.

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