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Questo articolo è stato pubblicato il 01 settembre 2013 alle ore 15:05.

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Che i rendimenti dei titoli di Stato dei Paesi industrializzati abbiano invertito la fase discendente «secolare» e si stiano avviando verso una nuova era di rialzi non è una novità: succede ormai da inizio maggio, da quando cioè gli investitori hanno capito che il flusso di liquidità immesso dalle Banche centrali (Federal Reserve in testa) non sarebbe stato eterno. Così non c'è da stupirsi se negli ultimi quattro mesi i tassi siano cresciuti un po' ovunque, dagli Stati Uniti all'Europa, e su tutte le scadenze.

Fa probabilmente riflettere un po' di più la «classifica» dei rendimenti dei titoli sovrani biennali dei Paesi sviluppati pubblicata venerdì sera dalla Dow Jones: se si eccettua l'Australia – che appartiene a un altro «mondo», ha anche una diversa Banca centrale e attraversa un differente ciclo economico – l'Italia è l'unica nazione costretta a pagare ai propri creditori il 2 per cento. Certo, si tratta di un valore come un altro, forse neanche di una vera e propria soglia psicologica per il mercato. Resta però il fatto che anche la Spagna (1,80%) può emettere titoli a condizioni più vantaggiose di noi per scadenze fino a due anni. Il «controsorpasso» di Madrid ai danni di Roma è avvenuto proprio nei giorni scorsi e non può avere altro fondamento se non nell'incertezza politica che aleggia come una cappa sul nostro Paese, un timore che neanche il via libera al decreto Imu è riuscito ad allontanare. Le aste dei giorni scorsi hanno dimostrato che attirare investitori non è un problema per il nostro Tesoro, il distacco accumulato dalla Spagna negli ultimi mesi ci ricorda purtroppo quanto potremmo risparmiare senza la continua minaccia di una crisi di Governo.

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