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Liberi l'Italia dal ricatto della burocrazia (l'editoriale di…

LA CRISI, LO STATO E LA (VERA) SFIDA Del premier

Liberi l'Italia dal ricatto della burocrazia (l'editoriale di Roberto Napoletano)

Non sarà questo giornale a mettere in discussione il valore costitutivo della stabilità politica per un Paese che vede i suoi tassi riallinearsi a quelli spagnoli, intravede tenui segnali di ripresa e porta sulle spalle i fardelli di un debito pubblico monstre. Vorremmo solo chiarire subito che la stabilità se non serve a liberare l'Italia dal ricatto della burocrazia in senso ampio e a cambiare le teste di noi italiani non ci porterà lontano.

Perfino la cosiddetta spending review della spesa pubblica è logorata dall'abuso di parola e dall'assenza di fatti, si trascina stancamente, come enunciazione programmatica, di governo in governo, e finisce con il misurare l'impotenza decisionale del Paese, il livello della (sua) malattia politica e civile e, di conseguenza, il suo tasso (grave) di declino. Enrico Letta ha un'occasione irripetibile ma deve dimostrare di avere la volontà e le capacità per coglierla. Non si accontenti di mettere a frutto tutto ciò che serve a creare stimoli per la ripresa, alzi con determinazione il tiro della sua scommessa politica, cominci da dove hanno fallito tutti e operi in una logica pluriennale di interventi. A quel punto, vedrà che il portato (inquietante) di vent'anni di distorsioni e di conflitti tra poteri e interessi mai affrontati e mai risolti che hanno inciso (e continuano a incidere) pesantemente sulla credibilità delle nostre istituzioni non potrà più sbarrarle la strada e si riuscirà a evitare, in extremis, l'umiliazione di vedere allargare in modo non più recuperabile il fossato tra noi e gli altri.

Si sporchi le mani in prima persona, presidente Letta, avviando concretamente con gli uomini giusti (ci sono) la ristrutturazione della macchina dello Stato, delle amministrazioni territoriali e delle autorità terze, lo faccia attrezzando ad horas strutture dedicate capaci di abbattere il muro culturale che sta impantanando questo Paese in un ragionamento del tipo: il tale ufficio non mi serve, non ti posso sciogliere, allora non ti do un soldo ma ti mantengo. Sfidi le parti politiche e sociali, tutte, alla prova dei fatti. Le amministrazioni devono capire che l'unica via non può essere sempre (e solo) quella di aumentare le tasse, si privatizzi tutto ciò che è privatizzabile particolarmente a livello locale. Il sindacato (soprattutto nel pubblico) deve capire che non può continuare a difendere l'indifendibile, deve superare i (suoi) tabù sui nuovi lavori e deve (non solo) consentire ma esigere che la digitalizzazione avanzi e si avvalga dei nostri cervelli migliori scegliendoli con criteri meritocratici e pagandoli per quello che valgono. Le imprese devono fare la loro parte fino in fondo alla voce innovazione e sui mercati globali, affrontino finalmente la sfida dimensionale in casa e non si tirino indietro per dare il loro contributo dentro le strutture pubbliche del Paese che ne hanno bisogno. Gli uomini della manomorta dello Stato centrale e locale dimostrino di essere lungimiranti, rinuncino alla conservazione non al patrimonio di esperienza, si rendano conto che il potere di interdizione coincide con la morte loro e del Paese: se si dice che si rilascia un'autorizzazione la si (deve) rilasciare non traccheggiare e se un ente è inutile lo si liquidi e si garantisca il sostegno entusiastico per valorizzare le risorse umane di quell'ente inutile laddove servono davvero.

Nessuno si deve più permettere, nemmeno per scherzo, di alimentare il dubbio che in Italia governa la burocrazia perché, altrimenti, gli investimenti non arrivano, la scuola non la cambieremo mai, i nostri giovani meritevoli ci lasceranno sempre più numerosi e, tanto meno, miglioreremo (anche questo è vitale) la nostra sanità e la qualità dei nostri servizi. Non esiste altra via, se non questa tutta in salita, per recuperare davvero le risorse necessarie a ridurre la mole abnorme di prelievi fiscali e contributivi che mette a terra un sistema produttivo non immune da vizi ma comunque tra i più dinamici e internazionalizzati. Non esiste altra via se si vuol tornare a fare davvero ricerca e a mettere in rete aziende, università, giovani di valore italiani e non. Non esiste altra via, se non la più difficile, quella che parte dalla ristrutturazione dello Stato e della sua manomorta burocratica, se si vuole garantire un futuro a un Paese come l'Italia che ancora soffre in un'Europa che prova a ripartire ma non ha risolto i problemi del suo Mezzogiorno e rischia di fare i conti con quelli potenzialmente non meno gravi di Francia e Olanda. Il pericolo guerra in Siria e il rallentamento dei Paesi emergenti rendono ancora più stretta la via per economie fortemente internazionalizzate e flessibili fuori dai confini nazionali come è la nostra. Il rischio più grosso, per l'Italia, è quello di continuare a non fare investimenti in casa, alimentare la spirale della sfiducia e lasciare cadere ulteriormente la domanda interna. Per questo è urgente che la scossa parta dallo Stato e liberi il Paese da quei piccoli o grandi ricatti della pubblica amministrazione che lo hanno messo in ginocchio e rischiano di non farlo rialzare più.

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