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Questo articolo è stato pubblicato il 01 aprile 2014 alle ore 06:58.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2014 alle ore 14:53.

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«Una potenza regionale»: così il presidente Obama ha definito l'aggressiva Russia di Putin, che «minaccia alcuni Paesi limitrofi sulla base della debolezza». Dietro l'intento di menare un ceffone all'inquilino del Cremlino traspare la percezione - corretta - della reale consistenza della Russia del XXI secolo: una potenza economicamente e politicamente declinante, con una struttura economica da Paese in via di (de)sviluppo, fondata su materie prime e finanza.

Gli anni di Putin hanno visto la restaurazione della supremazia del centro sulle periferie e dell'esecutivo sugli altri poteri dello Stato, e hanno chiuso qualunque ipotesi di evoluzione del sistema economico e di quello politico. Persino la continuità al vertice dell'ex funzionario del Kgb, piuttosto che un segno di forza va interpretato come un segno di debolezza, ovvero l'incapacità di esprimere una classe dirigente in grado di dare forma istituzionale ai cambiamenti imposti da Putin. Altro che "verticale del potere" (il concetto pseudo-teorico che dovrebbe ammantare il ruolo personale del presidente): qui saremmo piuttosto di fronte a una "vertigine", provocata dal vuoto alle spalle di Putin, al punto che la sua successione potrebbe aprire questioni non dissimili, un giorno lontano, da quella di Castro a Cuba. Così, la combinazione dell'isolamento di Mosca in Consiglio di sicurezza e dell'esclusione dal G8 segnala il costo che la Russia pagherà al suo declino, che contrasta con l'emergere della sola potenza globale del futuro accreditata a Washington, la Cina.

Il G8 è l'unico foro non regionale in cui la Russia è presente mentre la Cina ne è esclusa. Aver sospeso la Russia priva il Paese di quel riconoscimento di status che affondava nel passato e guardava a un futuro possibile. Da un lato prendeva atto di come la Russia fosse ancora una superpotenza nucleare e l'erede di quell'Urss per contenere la cui potenza erano state create o ridefinite istituzioni come Nato e G8 o come la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale. Dall'altro indicava, nel percorso post 1990 e nella strada che Mosca sembrava voler proseguire, un avvicinamento alle strutture politiche ed economiche dell'Occidente: democrazia e mercato. Oggi questi presupposti paiono lontani. Sempre di più è vero per la Russia quello che vale per molti Paesi del Golfo Persico: chi governa lo Stato possiede il Paese, le posizioni rivestite nel sistema economico sono determinate da quelle ricoperte nel sistema politico. È il sistema politico cinese, nonostante il monopolio in termini di rappresentanza e leadership esercitato dal Partito comunista, ad esprimere un maggior pluralismo di posizioni, una capacità di istituzionalizzare il ricambio generazionale in grado di equilibrare continuità e cambiamento, una tensione verso una via originale alla regolazione dei rapporti tra potere politico e mercato che non potrà restare quella attuale. Basti osservare come la stampa cinese ha espresso un ventaglio di opinioni, tutte "autorizzate", sull'atteggiamento da tenere nei confronti di possibili sanzioni occidentali alla Russia. Sostenerle, nel nome della salvaguardia del principio della "non ingerenza"? O far fronte comune con la Russia verso l'"arroganza occidentale"?

Il presidente cinese Xi Jinping è stato cauto di fronte alle profferte americane di fornire un segnale di assunzione di responsabilità politica globale da parte di Pechino, esprimendosi su una crisi regionale lontana dai confini cinesi. Ma è difficile che Xi non stia valutando quanto la crisi ucraina offra al gigante asiatico l'opportunità di consolidare il suo status internazionale. L'America indica proprio nella Cina la sola possibile superpotenza globale del XXI secolo in grado di raggiungere gli Usa. L'unica incognita è rappresentata dal ruolo che Pechino vorrà assumere: sfidante dell'ordine "atlantico" o partner di un nuovo ordine capace di congiungere l'Atlantico al Pacifico? La sensazione è che il modo in cui la Cina si muoverà sulla questione ucraina ci dirà molto su quale prospettiva sarà concretamente più probabile che si realizzi.

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