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Questo articolo è stato pubblicato il 22 giugno 2014 alle ore 13:55.
L'ultima modifica è del 22 giugno 2014 alle ore 14:41.

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Jill Lepore, sul New Yorker, ha scritto un eccellente articolo in cui mostra le falle del tanto decantato modello dell'innovazione di rottura, presentato come il segreto per avere successo negli affari e in qualsiasi altra cosa (lo potete leggere qui: nyr.kr/li5HGSw). Non è uno di quei classici articoli del genere «Sono tutte sciocchezze»: è un'analisi impietosa e accurata in cui l'autrice riprende in mano i casi di studio usati per dimostrare l'importanza straordinaria degli innovatori che sbucano fuori dal nulla e fa vedere che quello che è successo realmente ha poco a che fare con il copione.

Più nello specifico, molti di questi innovatori sbucati fuori dal nulla in realtà erano aziende da tempo consolidate, e spesso e volentieri i soldi veri non li hanno fatti gli innovatori «di rottura», ma quelle aziende che hanno puntato su cambiamenti progressivi e forme ordinarie di efficienza e qualità.
Andrew Leonard, su Salon, racconta che nella Silicon Valley non sono rimasti molto contenti. È comprensibile, ma la loro irritazione fa capire anche la ragione per la quale tutto questo battage pubblicitario sull'innovazione di rottura è nato: perché rende seducente il business e raffigura i nerd come eroi.
Lo stesso impulso, secondo me, spiega perché l'economista Joseph Schumpeter sia così tanto citato. I suoi libri sono interessanti, anche se i suoi sforzi per descrivere il ciclo economico sono stati uno spreco di carta. Ma è quell'espressione così elegante, «distruzione creativa», che ha reso popolare la sua opera, perché è estremamente lusinghiera per il grande capitale (e giustifica le sofferenze di tante persone).

Jill Lepore ci dice che «innovazione» è diventata una parola alla moda negli anni 90. A mio parere è successo molto prima: nei lontani anni 70 scrivevo sui modelli commerciali basati sul ciclo dei prodotti, e anche allora stavo formalizzando una letteratura scientifica molto più vecchia. E negli scambi commerciali, come nella concorrenza tra imprese, è tutto da dimostrare che a guadagnare davvero siano quelli che gettano il passato nella pattumiera e inventano nuove cose. Qual è il maggior esempio di successo nelle esportazioni a livello mondiale? Sicuramente la Germania, che riesce a essere una superpotenza dell'export nonostante un costo del lavoro molto elevato. Come ci riescono i tedeschi? Non tirando continuamente fuori dal cappello prodotti nuovi e rivoluzionari, ma producendo cose di altissima qualità, per cui la gente è disposta a pagare di più. Eccovi allora una riflessione rivoluzionaria: forse invece di preoccuparci delle innovazioni di rottura faremmo meglio a dedicare più sforzi a fare bene qualunque cosa facciamo.

Il costo del lavoro
Ecco il punto chiave della straordinaria storia di successo dell'export tedesco: la manodopera in Germania è costosissima, anche rispetto agli Stati Uniti.
Ed è così da decenni: eppure la Germania continua a esportare alla grande. Non perché produce l'ultimo gadget tecnologico, ma perché mantiene, anno dopo anno, la reputazione di nazione in grado di produrre merci di alta qualità.
Se la Germania appare eccezionalmente competitiva considerando i suoi costi, gli Stati Uniti sono il contrario: da noi la produttività è alta, ma sembriamo incapaci di esportare, ed è così da quando faccio l'economista. Prima pensavo che fosse colpa del nostro isolazionismo culturale, della nostra difficoltà a immaginare che cosa possono volere gli altri. Ma una spiegazione del genere è ancora plausibile?

(Traduzione di Fabio Galimberti)

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