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Questo articolo è stato pubblicato il 09 luglio 2014 alle ore 06:54.
L'ultima modifica è del 09 luglio 2014 alle ore 08:16.

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L'intervento della scienziata e senatrice a vita Elena Cattaneo sul Sole 24 Ore di domenica sul rogo degli organismi geneticamente modificati (Ogm) riapre il dibattito su un tema che vede l'Italia in difficoltà e ritardo rispetto al mondo avanzato. Vanno distinti due problemi: quello della commercializzazione e della produzione di Ogm e quello della ricerca.
Su entrambi i punti l'Italia ha da tempo fatto scelte secche. Ha deciso di non permettere la commercializzazione e coltivazione di varietà Ogm, partendo dal presupposto che la straordinaria immagine dei prodotti alimentari italiani nel mondo possa essere "contaminata" o "danneggiata" se accostata al biotech. Nello stesso tempo da 14 anni è tassativamente vietata in Italia la sperimentazione in campo Ogm.

Senza entrare nella prima questione, ci concentreremo qui sulla seconda. Alla fine degli anni 90 l'Italia era all'avanguardia in Europa per la sperimentazione delle piante geneticamente modificate. In quegli anni era in corso un'intensa attività sperimentale, sia da parte delle società multinazionali che verificavano la rispondenza delle loro innovazioni nell'ambiente italiano sia da parte della ricerca pubblica per mettere a punto prodotti originali, in campi come la resistenza alle virosi e ad altre malattie e la modifica della caratteristiche produttive di alcune piante. Questa situazione, che aveva portato ad avere in campo più di 200 prove sperimentali negli anni 1998-1999, fu inizialmente avversata frapponendo difficoltà burocratiche, poi completamente bloccata dal ministero dell'Ambiente con il pretesto di mettere a punto protocolli di sperimentazione più severi. Alcuni anni fa è infatti iniziato un processo normativo che avrebbe dovuto portare a riaprire la ricerca in campo. Questo processo si è però arenato di fronte a contrastanti visioni all'interno delle amministrazioni statali e, infine, di fronte all'indecisione delle amministrazioni regionali, cui spetta decidere le aree su cui effettuare le prove. Tali protocolli risultavano già delineati nel 2003, ma sono stati rimandati da un ministero (Agricoltura e Ambiente) all'altro e poi alla Conferenza Stato-Regioni, senza che venissero mai promulgati. Vicenda esemplare è quella rappresentata dalla distruzione delle prove sperimentali dell'Università di Viterbo, il cui permesso pluriennale era scaduto. La distruzione di alberi di olivo, di ciliegio e di kiwi, oggetto di studi genetici, è avvenuta nel giugno 2012. Alla scadenza dell'autorizzazione, il ministero dell'Ambiente non ha accolto la richiesta di proroga avanzata dall'Università della Tuscia, la quale ha dovuto applicare un protocollo di distruzione che prevedeva l'espianto e l'incenerimento delle piante: "ultime streghe" mandate al rogo. Tutto ciò nonostante che le ricerche svolte avrebbero potuto consentire di selezionare varietà resistenti a diversi agenti patogeni, portando vantaggi tecnici ed economici agli agricoltori.

Questo stato di cose ha danneggiato la ricerca pubblica italiana, che non ha la possibilità di sperimentare efficacemente, se non al di fuori del territorio nazionale. Nello stesso tempo ha impedito di verificare la rispondenza dei risultati della ricerca internazionale nelle condizioni dell'agricoltura italiana. In più, altri Paesi mediterranei, come Spagna e Israele, si sono avvantaggiati dei nostri ritardi nella ricerca sugli Ogm.
Le biotecnologie sono considerate tra le Key enabling technologies (Ket), o tecnologie chiave abilitanti, la cui rilevanza è tale da agire in modo decisivo sul potenziale di sviluppo tecnologico di un Paese. Le Ket sono importanti anche per il loro impatto sistemico in quanto agiscono trasversalmente tra settori e applicazioni. Dal 2002, senza più ricerca negli Ogm l'Italia si è preclusa ogni possibilità di miglioramento varietale nei prodotti agricoli mediterranei e nel riso, ha rinunciato a importanti sperimentazioni di contiguità con la farmaceutica e ha limitato la sua capacità di "controllo" sul biotech.
Se è vero che, per attirare investimenti stranieri e stimolare la nostra stessa imprenditoria a credere di più in questo Paese, l'Italia deve rimuovere gli ostacoli di sistema, normativi e burocratici che scoraggiano le imprese e creare un environment a esse più favorevole, allora è tempo anche di rimettere in discussione 14 anni di oscuro medioevo della ricerca nel biotech italiano.

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