Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 19 agosto 2014 alle ore 07:24.
L'ultima modifica è del 19 agosto 2014 alle ore 08:21.

My24

Forse il Papa voleva lanciare una provocazione parlando di «terza guerra mondiale», per risvegliare una comunità internazionale che appare a dir poco eccessivamente prudente nel reagire a quanto sta avvenendo in Medio Oriente. Ma la provocazione ha in sé un elemento di riflessione che non può sfuggire a nessuno.

L'ordine sorto dalle due grandi guerre mondiali "europee" sembra essere decisamente arrivato al capolinea con la fine della sua ultima fase: quel "post Guerra fredda" che rappresentava comunque lo stadio conclusivo dell'ordine eurocentrico, lo stesso che per almeno trecento anni aveva regolato il sistema internazionale. Le guerre asimmetriche di questi anni - dall'Afghanistan all'Iraq, dalla Siria alla Libia - non fanno altro che confermare che il sistema si sta avvitando, con un movimento che può essere arrestato solo dalla costruzione di un nuovo ordine.
Il problema, come sempre, è su quali basi, con quali mezzi e da chi questo nuovo ordine potrà essere impostato, realizzato e protetto. Anche perché, com'è facilmente constatabile, nella storia l'eccezione è rappresentata dalla fine incruenta della Guerra fredda nel 1989, non dallo scoppio di una guerra mondiale come nel 1914.
Evidentemente le esortazioni sono fondamentali per denunciare l'insostenibilità di una crisi, ma lo sono assai meno per risolverla.

L'Onu che lo stesso Pontefice invoca è l'istituzione che più di tutte incarna quell'ordine che sta tumultuosamente tramontando. Del suo "anacronismo" sono testimonianza plastica i due seggi permanenti nel Consiglio di Sicurezza ancora attribuiti a Francia e Gran Bretagna, quando l'una e l'altra sono ormai parte di quel nuovo soggetto politico chiamato Unione Europea e mentre la loro stessa forza militare è ormai inappropriata per le sfide contemporanee, come la Guerra di Libia ha dimostrato.
I Paesi emergenti dal punto di vista politico (India, Brasile, Sud Africa, la Cina stessa) sono decisamente orientati all'isolazionismo, e comunque poco propensi a farsi carico degli oneri che la leadership globale impone. La risorgente Russia si batte nel nome del più crudo e malinteso realismo politico, come in Ucraina, facendo spallucce ai valori che le democrazie sostengono o pretendono di sostenere.
Restano gli Stati Uniti, come al solito, che sono poi i soli che stanno facendo qualcosa a favore dei Curdi, dei cristiani dell'Iraq e degli Yazidi: cioè bombardano, e così facendo stanno bloccando l'offensiva dei macellai dello Stato Islamico e consentendo ai Peshmerga di riguadagnare terreno.

Si tratta di una guerra di conquista travestita da difesa dei deboli? Tutto può essere; ma senza queste bombe e questi aerei la conquista la realizzerebbero gli islamisti dell'Isis.
Occorre ricordare che senza la forza il diritto è nudo e che la legge disarmata è un lusso che nessuna comunità (neppure quella internazionale) può permettersi. Meno male che gli americani possono decidere di bombardare i criminali di Al Baghdadi senza dover riunire le Commissioni Difesa ed Esteri di Camera e Senato (se basterà).
Quello cui stiamo assistendo in Siria e in Iraq ci ricorda una semplice, tremenda verità: che se non tutti i problemi possono essere risolti con l'uso della forza, esistono emergenze che non possono essere affrontate senza ricorrere anche alla forza. E il fatto che gli stessi vescovi cattolici iracheni abbiano chiesto l'uso della forza in sostegno dei loro fedeli è qualcosa che non può essere dimenticato.
Un'ultima riflessione: non c'è dubbio che la politica e l'economia mondiale possano lasciare ampiamente insoddisfatti tutti coloro che guardano a questo mondo con un sentimento di simpatia per il genere umano. Ma le alternative efficaci o plausibili scarseggiano.

Commenta la notizia

Shopping24

Dai nostri archivi