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Questo articolo è stato pubblicato il 04 ottobre 2014 alle ore 08:13.
L'ultima modifica è del 04 ottobre 2014 alle ore 09:25.

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I ritardi del Paese sul versante dell'innovazione e della necessaria trasformazione digitale non erano un mistero prima, e men che meno lo sono dopo la due giorni di convegno organizzata da Between, società di consulenza di Ernst & Young, a Capri, dove da anni si dà appuntamento il gotha delle Tlc e del mondo dell'innovazione.
Quello che ancora più nettamente è emerso in questa edizione è la necessità di non perdere altro tempo per porre rimedio, che si tratti di operare per la digitalizzazione della scuola, della Pa o dell'infrastrutturazione ultrabroadband. «La sfida dell'innovazione è cruciale per questo Paese ed esige che la classe politica e la classe dirigente, le forze produttive e sociali, comincino a sporcarsi le mani facendo ognuno la sua parte», ha spiegato durante la tavola rotonda conclusiva il direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano. «Noi, come Sole 24 Ore – ha aggiunto – faremo la nostra. E dopo gli "Stati generali della cultura" promuoveremo gli "Stati generali dell'innovazione"».
Gruppo 24 Ore e Between (Ernst & Young) saranno dunque i fautori di un progetto ambizioso e "itinerante". A partire dall'inizio del 2015 questo viaggio dell'innovazione toccherà infatti varie località d'Italia con un tour di appuntamenti per parlare di digitale, di cultura digitale e di innovazione. "Italia cambia" è il titolo di questo appuntamento itinerante che ha come sottotitolo: "Il futuro non è più quello di una volta".Del resto, il messaggio forte venuto da Capri è che la "disruption" ormai evidente impone scelte e impegni. Al presidente di Confindustria digitale Elio Catania basta citare i numeri per descrivere plasticamente la gravità del ritardo: «Abbiamo 25 miliardi di euro investiti in Ict in meno all'anno rispetto alla media europea. Sono 2 punti di Pil e 700mila posti lavori in meno». Quindi quel che serve è una scelta di priorità da parte del Governo Renzi, di «cinque temi principali su cui mettere responsabilità, risorse, tempi adeguati cercando di portare a compimento i progetti».
In questo quadro anche le grandi aziende hanno un ruolo. E ce ne sono alcune che possono e vogliono fare da apripista. L'ad di Poste Italiane Francesco Caio, peraltro a capo della commissione di esperti che ha fotografato sotto il Governo Letta lo stato di avanzamento della banda larga e ultralarga in Italia, ha spiegato di come l'azienda può e vuole essere motore di digitalizzazione del Paese, accompagnando «le imprese verso l'e-commerce» e facendolo sulla base di «una capillarità di servizi e sul territorio». Allo stesso modo le telco, da Telecom Italia due giorni fa agli Olo ieri, hanno messo in evidenza che ci sono piani di investimento. E quindi la volontà di scommettere.
Ben vengano interventi pubblici mirati, come lo Sblocca Italia con il credito d'imposta per le reti ultrabroadband. «Abbiamo calcolato un aumento del ritorno interno degli investimenti fra il 2,5 e il 3%» ha detto il presidente di Cdp e di Metroweb Italia, Franco Bassanini.
L'importante è che questo cambiamento non avvenga con populismi e demagogie, ha precisato il presidente della Commissione Industria, Commercio e Turismo del Senato Massimo Mucchetti, ricordando quanto anche dal pubblico, nel passato sia arrivata «creazione di ricchezza». Motivo per cui partire dai tetti agli stipendi dei manager significa non considerare la necessità dello Stato di non accogliere i migliori nella sua squadra. «La macchina dello Stato – ha spiegato il direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano – deve essere cambiata in profondità, occorre bandire i populismi e scegliere i migliori, perché solo i migliori potranno digitalizzare davvero la nostra pubblica amministrazione, cambiare i processi e dare risposte in tempo reale alle imprese e ai cittadini».
Il Sole 24 Ore dunque è pronto a dare il suo contributo e il suo impegno. «Questa volta saremo itineranti – dice Napoletano – perché l'innovazione si deve incrociare con i territori. Dallo Stato al fisco molto deve cambiare e deve cambiare in fretta. Faremo un nostro manifesto ed esattamente come avvenuto con successo per la cultura chiederemo a chi ci governa un vero credito di imposta per chi investe in ricerca e innovazione, uno sforzo organizzativo e una scelta strategica che riguarda direttamente il bilancio pubblico». Quel che ora serve è «ritrovare lo spirito del dopoguerra quando intelligenza tecnica, riformismo cattolico e cultura laica, padri e figli, impresa e sindacati, tutti insieme operarono per la rinascita e trasformarono un Paese agricolo di secondo livello prima in un'economia industrializzata e poi in una potenza economica».
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