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Questo articolo è stato pubblicato il 06 dicembre 2014 alle ore 10:07.
L'ultima modifica è del 06 dicembre 2014 alle ore 11:03.

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La parola “innovazione” è forse una di quelle più pronunciate in questi tempi difficili. Un nuovo mantra o, per dirla con gli inglesi, una “buzz word”. Da alcuni l'innovazione è percepita come una soluzione salvifica dei problemi del Paese, per altri è una opportunità professionale.

Non a caso in questi ultimi tempi si stanno moltiplicando i “centri per l'innovazione” e le iniziative di chi si offre per collegare domanda e offerta di ricerca. L'obiettivo di tutti è quello di “accrescere la competitività delle imprese attraverso l'innovazione”... Bene, ovviamente. Ma siccome l'innovazione non nasce sotto ai cavoli e nemmeno si preleva al bancomat, bisognerà pur chiedersi qual è la fonte primaria di idee e di creatività che possa tradursi in processi o prodotti, possibilmente brevetti, e nuove linee di sviluppo industriale. Ebbene, la fonte principale di nuove conoscenze in Italia e nel resto del mondo era e rimane la ricerca pubblica: i grandi enti di ricerca (CNR, ENEA, CIRA, CRA) e gli istituti nazionali (INFN, INFM, INAF ecc.) ma, soprattutto, il sistema della ricerca universitaria. Le istituzioni più creative sono le università pubbliche e questo non solo per dimensione, missione, distribuzione territoriale, reti di relazioni, ma anche e, soprattutto, perché hanno accesso a quella straordinaria “risorsa primaria” rappresentata dalle migliaia di giovani che ogni anno popolano aule e laboratori, entrano studenti ed escono medici, ingegneri, filosofi, linguisti, chimici, comunicatori, informatici, storici ecc. tutti portatori di creatività e nuove idee, innovazione appunto. Non a caso nelle vicinanze delle maggiori università europee sono nati quasi ovunque parchi scientifici e centri di trasferimento tecnologico per entrare nella rete di relazioni (l'università è worldwideweb da sempre) e intercettare le competenze necessarie a produrre nuove idee. E' avvenuto anche da noi: azioni mirate e strategiche delle regioni (POR-FESR, ad esempio) ma anche sistemi di incentivazione finanziaria a progettualità e obiettivi comuni (bandi clusters e smart city, agenda digitale, PON, e anche ai progetti europei nell'ambito di H2020) stanno aiutando questo processo di “ricostruzione di ponti”. Ho in mente i centri interdipartimentali di ricerca industriale sorti in Emilia Romagna, ma esistono molte altre situazioni analoghe. I risultati si cominciano a vedere.

Tutto bene quindi? Certo che no. Perché stiamo ricostruendo i ponti ma il transito è bloccato. Le imprese non assorbono e le università anche a fronte di risorse disponibili non sono in grado di proseguire rapporti di lavoro utili. La Legge Gelmini (L240) elenca “chi può fare ricerca all'università” e per quanto tempo. E' la numerologia ben nota agli addetti ai lavori: assegni di ricerca fino a 4 anni, ricercatori a tempo determinato “A” di 3 anni prorogabili per un massimo di 2, ricercatori “B” massimo 3 anni, totale pieno 12. Forse la ratio era quella di prevenire/impedire forme di precariato cronico delineando un percorso di accesso alle università con varie uscite laterali. Forse. Peccato che il mondo reale si sia mosso diversamente e che il risultato netto sia che molti assegni di ricerca “Gelmini” sono in scadenza o scadranno il prossimo anno e non saranno rinnovabili, a norme vigenti, anche a fronte della disponibilità di risorse esterne ai bilanci degli atenei. D'altro canto la attivazione di posti di RTD A richiede completa copertura finanziaria per il triennio sui bilanci (taglieggiati) degli atenei o fideiussioni fortemente disincentivanti per le imprese, per non parlare degli RTD B che, essendo in “tenure track” richiedono di fatto risorse a bilancio pari al costo di un professore associato. Quello che doveva essere un “percorso razionale” per entrare all'università (ma mancavano comunque norme che incentivassero la mobilità prevenendo carriere verticali ...) si sta rivelando un percorso irrazionale per uscirne in malo modo. Risultato: l'ennesima dissipazione di risorse e di investimenti pubblici e privati causata da eccesso normativo. Anche qui occorre che il Governo si attivi per rimuovere vincoli anacronistici. A volerla dire tutta: all'università oggi c'è l'obbligo del licenziamento.

Dario Braga è prorettore alla Ricerca dell’Università di Bologna

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