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Questo articolo è stato pubblicato il 28 dicembre 2014 alle ore 13:08.

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Singolari caratteristiche di creatività, qualità e originalità sono da tempo gli ingredienti e i tratti distintivi di molti nostri prodotti. E, in quanto apprezzati all'estero per tali requisiti, costituiscono la principale leva per il movimento d'esportazione di una parte consistente dell'industria italiana.

A questo importante ri sultato hanno contribuito, e continuano a farlo, da due generazioni, numerose imprese di diverse dimensioni aziendali, specializzate in settori come quelli dell'agroalimentare, della moda e dell'abbigliamento, o dediti alla realizzazione di particolari oggetti, arredi e utensili di eccellente fattura grazie all'apporto sia di determinati saperi artigianali sia di un design industriale d'avanguardia.

Senonché, la possibilità di contrassegnare e di garantire con l'etichetta “Made in Italy” questi e altri prodotti destinati all'export è una questione che si trascina da una decina d'anni, in quanto la Ue non si è data finora un apposito regolamento a tale riguardo, benché fosse stato proposto nel 2005 dalla Commissione di Bruxelles e debitamente approvato dal Parlamento. Ma le relative disposizioni non hanno mai trovato concreto riscontro nell'ambito del Consiglio europeo. E ciò per l'opposizione della Germania, affiancata peraltro da gran parte dei paesi del Nord.

Il motivo preminente per cui Berlino ha bloccato nel corso del tempo l'obbligo di indicare chiaramente l'esatta provenienza dei prodotti in partenza dalla Ue consiste nel fatto che una risoluzione del genere impedirebbe all'industria tedesca, che conta su brand per lo più largamente conosciuti o riferibili alla Germania di primo acchito (ma talvolta non senza cadute in errore), di piazzare come suoi genuini anche prodotti confezionati da succursali delocalizzate, o commissionati fuori dall'Europa, con evidenti vantaggi economici.

In pratica, mentre l'industria italiana si trova a pagare i costi di certe vistose imitazioni e contraffazioni di diverse merci spacciate per italiche e poste in circolazione da alcuni paesi emergenti, dall'altro seguita a subire le conseguenze del veto opposto da Berlino a un'appropriata certificazione, con un marchio di fabbrica, dei prodotti in uscita dal nostro Paese e immessi nei circuiti di mercato internazionali.

Eppure sembrava che, in occasione del semestre italiano di presidenza della Ue, fosse giunta infine la volta buona perché figurasse in agenda la rimozione di un tabù altrettanto persistente che del tutto ingiustificato in linea di principio. Ma adesso il nostro semestre di turno volge al termine senza che si sia verificata alcuna novità in proposito o perlomeno l'ipotesi di un accordo.

C'è perciò da chiedersi se il governo italiano abbia posto la questione in sede comunitaria con la dovuta energia, data l'esistenza di argomenti validi e ineccepibili per poterlo fare; o se Berlino, al di là di certe sue conclamate enunciazioni sulla propria disponibilità a un dialogo fattivo con Roma, si sia nuovamente arroccata su una posizione talmente rigida da escludere a priori qualsiasi possibilità di mediazione o comunque un suo effettivo impegno per la revisione del proprio atteggiamento nell'immediato futuro.

Sta di fatto che intanto l'industria italiana continua a essere penalizzata da un divieto strumentale, tagliato su misura a beneficio di lampanti interessi altrui .

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