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Questo articolo è stato pubblicato il 20 gennaio 2015 alle ore 07:34.

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Nella cultura dei nostri nonni, una valuta “forte” era desiderabile non solo perché proteggeva dall'inflazione e attirava capitali dall'estero, ma soprattutto come àncora di stabilità sociale e di consolidati valori borghesi. Era motivo di orgoglio e prestigio nazionale. Sino al 1914, una moneta convertibile in oro era il sigillo dell'appartenenza al club delle nazioni non solo economicamente prospere ma anche stabili e civili. I costosi tentativi di paesi periferici di rivalutare le proprie monete per entrare nel club dell'oro erano spesso seguiti da memorabili svalutazioni.

Dopo la Grande Guerra, si coniò il nome di belle époque per ricordare i decenni di prosperità e stabilità, idealizzate ben oltre la realtà, che l'avevano preceduta. La convertibilità aurea della moneta divenne un simbolo dei tempi perduti. Negli anni Venti si misero in atto tentativi tanto costosi quanto effimeri di rivalutazioni monetarie per reintrodurre la convertibilità aurea delle monete. Dietro il “ritorno all'oro”, si celavano ovviamente cospicui interessi - quelli della city di Londra, quelli dei rentier francesi, quelli dell'industria pesante italiana – ma l'argomento del prestigio e della stabilità, che la propaganda attribuiva alle rivalutazioni monetarie ebbe larga presa sugli elettorati.

Nel 1926, Mussolini, che dell'elettorato aveva ormai poco bisogno, accrebbe la propria popolarità annunciando una rivalutazione della lira che raggiunse il 40 per cento. Al fascino della moneta forte non sfuggirono nemmeno le sinistre: Léon Blum, primo ministro socialista francese, promise agli elettori che non avrebbe toccato la convertibilità in oro; cedette poi con grande riluttanza alla forza delle ragioni economiche che nel 1936 lo costrinsero a svalutare il franco.

La moneta e il cambio mantennero la propria valenza politica e sociale prima ancora che economica anche nel secondo dopoguerra. De Gaulle, (male) consigliato dall'economista Rueff, prese seriamente in considerazione l'idea di riagganciare all'oro il nuovo franco francese creato nel 1960, per ragioni di prestigio, togliendo due zeri a quel franco di modo che un nuovo franco valesse 100 dei vecchi.

Quando, nel 1968, il ministro Ortoli accettò di svalutare la moneta francese nell'ambito di un accordo europeo, De Gaulle lo obbligò a rinnegare la decisione.
Che cosa resta, oggi, del supposto prestigio arrecato a un paese dalla “moneta forte”? Per fortuna piuttosto poco. Se Putin soffre il crollo del rublo anche sul piano dell'immagine internazionale della Russia, l'opinione pubblica europea gradisce, in grande maggioranza, l'indebolimento dell'euro, il parallelo rafforzamento del dollaro non è vissuto negli Stati Uniti come motivo di orgoglio nazionale.

La stessa Cina, che pure ha fatto del tasso di cambio un pilastro della propria politica economica, ha scelto a lungo una moneta relativamente debole a sostegno delle esportazioni e non vive con particolare orgoglio la più recente lieve rivalutazione. Se è facile prevedere che il 15 gennaio 2015 sarà a lungo discusso e studiato, ciò avverrà con argomenti diversi da quelli che hanno appassionato gli artefici delle rivalutazioni del passato.

La parte più tradizionale e scontata del dibattito che si è acceso in Svizzera e altrove è quella che riguarda gli interessi, sempre contrapposti, di esportatori e produttori per il mercato interno. La novità riguarda la difficoltà della Banca Nazionale elvetica di mantenere per sempre un cambio sottovalutato, acquistando valuta straniera contro franchi (che pure potrebbe liberamente stampare) e accumulando indefinitamente riserve valutarie. C'è un limite a quanto possono fare le potenti banche centrali, alle quali affidiamo troppa parte della politica economica. Ne era cosciente già a fine Ottocento Vysnegradsky, ministro delle finanze russo, quando disse allo zar Alessandro III: “Vostra Maestà è l'uomo più potente della terra eppure non è in grado di alzare di un solo copeco il valore del rublo alla borsa di San Pietroburgo”.

Ciò è maggiormente vero oggi con la dimensione e mobilità raggiunta dai capitali internazionali e lo è ancora più per i paesi di minori dimensioni. Danimarca e Svezia agganciano le proprie valute all'euro, la Polonia si chiede quanto a lungo le convenga restarne fuori. In un mondo di grandi aree monetarie, il destino dei piccoli e medi paesi si rivela incerto, precario, anche per il bastione elvetico della stabilità monetaria.
La rivalutazione, una volta vissuta con orgoglio, è oggi motivo di preoccupazione per gli indesiderati effetti su prezzi e produzione. Né piccoli e medi paesi sono in grado di difendersi adeguatamente nelle “guerre monetarie” che i movimenti dei tassi d'interesse e dei cambi inevitabilmente scatenano. Su questi temi è utile riflettano quanti sognano in Europa, non solo in quella mediterranea ma anche a nord delle Alpi, un ritorno alle valute nazionali

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