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Quel fragile ponte tra l'Europa e Putin

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Quel fragile ponte tra l'Europa e Putin

I risultati dei colloqui di Minsk «sono una buona notizia perché alimentano la speranza, ma la speranza non è abbastanza. Il vero test sarà il rispetto del cessate il fuoco sul terreno», e su questo «dobbiamo essere cauti». Le parole del presidente della Ue, il polacco Donald Tusk, sintetizzano magistralmente il bilancio delle 16 ore di serrata trattativa al vertice bielorusso. Si apre la possibilità di un cessate il fuoco, che dovrebbe prendere il via domenica ed essere completato nei 14 giorni successivi, dando effettiva attuazione a quello già sottoscritto dalle parti in settembre e mai rispettato. Le parti concordano quindi su quella “tregua”, che appena pochi giorni fa era descritta dalle fonti franco-tedesche come un risultato inaccettabile del vertice, che avrebbe dovuto portare invece a un accordo politico complessivo. Ma tant'è, in questo momento già la speranza di far tacere le armi e procedere allo scambio dei prigionieri è un fatto da salutare positivamente: «Un segnale di speranza» e «un motivo di sollievo» sia per l'Ucraina che per l'Europa, nelle parole di François Hollande e Angela Merkel.

L'escalation è probabilmente rinviata, forse evitata, lo capiremo nelle prossime ore. Quel che sembra chiaro è che su tutto quello che va oltre il protocollo per l'istituzione di una zona cuscinetto tra le linee ucraine e quelle dei ribelli, con l'impegno ad arretrare lo schieramento delle armi pesanti non si è andato. Basta confrontare le dichiarazioni del presidente russo (per il quale la riforma costituzionale in Ucraina è il prerequisito della soluzione della crisi) con quelle del presidente ucraino (secondo cui non esiste una simile precondizione, mentre c'è l'accordo per il ritiro delle truppe straniere dall'Ucraina orientale). Le due dichiarazioni non sono esplicitamente contraddittorie. La prima si riferisce alla ricerca della soluzione complessiva (politica) della crisi, la seconda invece alle condizioni per la tregua. Esse però fotografano una realtà in cui le parti, semplicemente parlano di cose diverse. Putin fa dichiarazioni sul diritto all'autodeterminazione dei popoli e sulla tutela delle minoranze. E non fa nessuna fatica a concordare sul ritiro delle truppe russe dall'Ucraina, per il semplice motivo che sostiene di non averle mai inviate.

Poroshenko afferma il principio della inviolabilità dei confini e del divieto di modificarli manu militari, come già accaduto ad opera della Russia in Crimea.
Significativamente, mentre la trattativa era in corso, gli ucraini denunciavano l'attraversamento del confine russo-ucraino da parte di una colonna di 50 carri armati, 40 lanciarazzi e 40 blindati. In effetti, da ciò che sembra di capire, gli osservatori dell'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e la sicurezza in Europa) sarebbero incaricati di vigilare solo sulla linea armistiziale interna all'Ucraina e sull'allontanamento dei mezzi pesanti dal fronte, ma non sui confini russo-ucraini e su ciò che li attraversa. Detto con molta chiarezza, i russi non hanno accettato il principio di non ingerenza e neppure quello di sigillare il proprio confine con l'Ucraina sotto la supervisione internazionale. E gli ucraini, dal canto loro, non si sono smossi di un palmo nella direzione di concedere quell'ampia autonomia alle popolazioni russofone che sola può (forse, e sempre che Mosca abbandoni i suoi piani espansionisti) disinnescare la crisi.

La prudenza è quindi d'obbligo. Nel frattempo, chi vince e chi perde? Premesso che, se la tregua diventerà effettiva, essa rappresenta un premio per tutti, a cominciare dalla popolazione civile, resta il fatto che un primo bilancio può essere tentato. Nell'immediato, Putin ottiene la sospensione dell'applicazione di nuove sanzioni a una Russia già pesantemente provata da quelle fin qui in essere e dal crollo del prezzo del greggio. Ma non rompe il suo isolamento internazionale. Anzi, proprio nelle ore scorse anche Cameron, fin qui morbido nei confronti della Russia, ha rilasciato dichiarazioni molto più dure, in cui invita a non replicare nei confronti della Russia di Putin gli errori commessi dal premier Chamberlain nei confronti della Germania di Hitler. Forse nella City i mesi trascorsi da settembre ad oggi sono stati ben impiegati per “riproteggersi” rispetto a una fuga di capitali russi, chissà. La Ue allontana o rinvia la prospettiva di un'escalation bellica alle sue porte. Ma vede rafforzarsi la leadership tedesca al suo interno, sul cui gradimento molti, domani o su altri dossier (euro), potrebbero avanzare riserve o manifestare insofferenza. In termini istituzionali, poi, il presidente Tusk occupa il campo lasciato deserto dalla commissaria Mogherini. Quello che si può concludere è che il compromesso raggiunto a Kiev, tra interlocutori che parlavano di cose diverse (inviolabilità dei confini vs tutela delle minoranze) fingendo di parlare delle stesse cose, rappresenta probabilmente l'ultima chance offerta a Putin affinché si cavi fuori dal pantano ucraino salvando la faccia: se quest'ultimo l'abbia capito o sia intenzionato a sfruttarla lo scopriremo
nei giorni a venire.

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