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Rischi di saldatura tra terrorismo e immigrazione

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Rischi di saldatura tra terrorismo e immigrazione

La saldatura tra emergenze terrorismo e immigrazione: ecco la tempesta perfetta sulla sicurezza.
Una tempesta perfetta sulla sicurezza della Repubblica che ora sembra profilarsi all'orizzonte.

Mentre va diradandosi la confusione su una presunta imminente azione militare contro l'Isis in Libia sotto egida dell'Onu, non di meno iniziano a stagliarsi più nettamente i confini delle specifiche minacce alle quali il nostro Paese rischia di andare incontro in maniera solitaria. Si fanno insistenti le voci di piani dell'Isis tesi a sfruttare il traffico di esseri umani dalla Libia per infiltrare sue cellule in territorio italiano, già segnalate dai servizi di inteligence e ora rilanciate anche da media britannici (i quali peraltro avrebbero attinto ad altre e diverse fonti). Nei giorni scorsi, le dichiarazioni di Gentiloni sulla disponibilità italiana a guidare una campagna libica contro l'Isis – smentite con stupefacente intempestività dal premier Renzi, normalmente sempre in agguato con twitter istantanei – hanno infatti oggettivamente alzato il livello di esposizione non solo del ministro stesso ma di qualunque connazionale residente o in viaggio dal Marocco all'Indonesia. Al Baghdadi non si è lasciato sfuggire la ghiotta occasione fornitagli su un piatto d'argento di qualificare il ministro e il Paese come “crociati”: e le parole di Renzi ben difficilmente saranno state registrate dal califfo dello Stato Islamico come sufficienti a fargli mutare il suo (interessato) parere. Anche Roberta Pinotti è rimasta coinvolta dal “fuoco amico” del premier, ancorché il ministro della Difesa si fosse limitata a precisare quali assetti sarebbero stati disponibili se la posizione dell'Italia fosse stata quella sostenuta in due distinte occasioni dal collega della Farnesina.

Come si diceva la posizione di maggior prudenza italiana si iscrive in una generale frenata di tutti i Paesi occidentali, consci che con la crisi ucraina che sta già nuovamente surriscaldandosi, l'impegno americano a potenziare gli sforzi contro l'Isis in Iraq e le posizioni tutt'altro che convergenti di Paesi arabi chiave come l'Egitto, l'Arabia Saudita e il Qatar (oltre che della Turchia), costruire il consenso politico e assemblare le risorse militari (dentro e fuori del Consiglio di sicurezza dell'Onu) per un intervento in Libia si presenta impresa ardua se non impossibile.
Si allontana quindi la prospettiva di una corpo di spedizione multinazionale per la Libia, ma questo, paradossalmente, non implica che per l'Italia le cose volgano al meglio. Accantonata la via dell'internazionalizzazione della crisi libica, quest'ultima resta comunque un'emergenza bicefala per il nostro Paese. Onu o non Onu, minacce terroristiche e flussi migratori incontrollati (ma non completamente spontanei) continuano infatti a provenire dalla ex “quarta sponda”, e il loro saldarsi deve essere preso in serissima considerazione. Proprio nello scorso fine settimana, una piccola motovedetta disarmata della nostra Guardia Costiera è stata fatta oggetto di attenzioni da parte di un'imbarcazione di scafisti che, sotto la minaccia delle armi, hanno intimato la restituzione di un barcone dal quale era appena stato tratto in salvo un gruppo di disperati. Ebbene, se quel natante fosse stato nella disponibilità di un commando dell'Isis, ci saremmo ritrovati a dover gestire il sequestro dell'equipaggio e la sua probabile uccisione nelle settimane successive.

È uno scenario agghiacciante ed un rischio che non possiamo permetterci di correre e di far correre ai nostri marinai. Di fronte a una simile possibilità è necessario che gli assetti, le dotazioni e le “consegne” che riguardano la componente nazionale della missione “Triton” siano immediatamente rivisti in relazione al peggioramento della situazione. Non possiamo più continuare ad immaginare che le nostre unità siano impiegate esclusivamente in un'operazione di soccorso umanitario. Occorre la consapevolezza che queste si svolgono invece in un teatro operativo potenzialmente ostile, con tutte le conseguenze che ciò comporta. Nessuna nave della Marina Militare, della guardia Costiera o della Guardia di Finanza, di qualunque stazza, deve non essere in grado di difendersi o di venire protetta immediatamente e continuativamente da altre unità maggiori. Fino a quando questo non avverrà, fino a quando il governo non adotterà le misure necessarie, dobbiamo essere consci che il pericolo che i nostri uomini e le nostre donne imbarcati corrono è ulteriormente e gratuitamente incrementato. Anche in questo, oltre che nelle esternazioni e nelle rettifiche, occorre chiedere al governo la tempestività e il “cambio di passo” necessari: ora e non tra una settimana o, Dio non voglia, dopo che la realtà ci abbia impartito una dura e magari tragica lezione.

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