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Lezione inglese sulla corporate tax

SISTEMI FISCALI

Lezione inglese sulla corporate tax

Negli ultimi trent'anni i Paesi Ocse hanno notevolmente ridotto le aliquote della corporate income tax (Cit) per attrarre imprese e profitti sempre più mobili. La crisi finanziaria ha arrestato la tendenza: ampi deficit pubblici hanno lasciato poco spazio a una riduzione significativa del carico fiscale. Il governo di coalizione britannico, insediatosi nel 2010, ha agito in controtendenza, nonostante avesse ereditato uno dei più alti deficit dell'area Ocse. L'obiettivo era ambizioso: rendere il sistema di tassazione delle imprese il più competitivo del G20. Sono seguiti cinque anni d'intense riforme, tra le quali il taglio dell'aliquota Cit dal 28 al 20% e altri interventi volti alla riduzione del costo del capitale (Cdc) quali il mantenimento di generose deduzioni per interessi passivi e la modernizzazione della normativa Cfc (Controlled foreign companies). Quest'ultima permette ora il finanziamento di un gruppo attraverso controllate residenti in giurisdizioni a bassa imposizione.

Per il sostegno all'innovazione è stato introdotto il Patent box (Pb) con un'aliquota del 10% sui profitti derivanti dallo sfruttamento di brevetti e sono stati ampliati e semplificati gli incentivi per Ricerca e sviluppo (R&S). Il Pb è volto anche a evitare la migrazione di brevetti verso giurisdizioni a bassa imposizione. A regime il piano di riforme costerà tra il 20 e il 24% degli introiti medi annuali della Cit. Si tratta di costi ingenti, finanziati combinando riduzione della spesa pubblica e aumento dell'Iva. Quali sono, dunque, i benefici di un tale piano di riforme?

Il sistema fiscale britannico è ora molto attraente per le imprese internazionali, in particolare per i loro headquarters e per le imprese ricche di beni immateriali. Questo spiega, per esempio, la collocazione della sede fiscale di Fiat Chrysler Automobile a Londra e il trasferimento del quartier generale di General Electric Oil & Gas da Firenze alla capitale del Regno Unito. Oggi il regime britannico ha caratteristiche non riscontrabili congiuntamente in nessun'altra economia comparabile dell'area Ocse. Per esempio, Francia, Germania e Italia hanno aliquote Cit elevate (vedi grafico 1) e regimi molto più restrittivi per la deduzione di interessi passivi e per le Cfc. La Francia ha incentivi alla Ricerca & sviluppo più generosi di quelli britannici e finanche un Pb (15%). Tuttavia, su un'aliquota Cit già del 33,3% ha introdotto un'addizionale del 3,3% per le imprese con imposta superiore a 750mila euro. Per le grandissime imprese con fatturato oltre 250 milioni di euro si applica un'ulteriore addizionale del 10,7%, portando l'aliquota Cit totale al 38% per il 2015. A parte interventi minori, la Germania non ha significatamente modificato il proprio regime tra il 2010 e il 2015 sembrando per ora poco interessata a fare competizione fiscale .

L'Italia, invece, ha introdotto alcune misure innovative. Il Pb italiano, nonostante un'aliquota più alta (15,7%), si applica anche a marchi e design, esclusi dal Pb britannico. L'Aiuto alla crescita economica (Ace) riduce il Cdc permettendo di dedurre un costo nozionale del finanziamento con nuovo capitale ed è perciò volta a equalizzare il trattamento di quest'ultimo con quello del debito. Rimane da vedere che cosa conterranno i decreti delegati in approvazione. Nonostante alcuni innegabili successi, il governo britannico non ha centrato pienamente l'obiettivo di avere il regime più competitivo del G20.

Per giungere a tale conclusione si utilizzano tre indicatori che misurano i costi del sistema fiscale sulle decisioni delle imprese. L'aliquota statutaria quantifica l'incentivo a spostare i profitti dove l'aliquota è più bassa, indipendentemente da dove siano le attività reali. Quando invece si considera l'investimento diretto estero (Fdi), si valuta l'aliquota effettiva media (Eatr). Localizzato l'investimento in una determinata giurisdizione, l'incentivo a espanderlo si misura con la l'aliquota effettiva marginale (Emtr). Se nel 2015 la statutaria e la Eatr britanniche sono ben al di sotto della media Ocse (grafici 1 e 2), la Emtr ne rimane invece ampiamente al di sopra.

Il Regno Unito è competitivo nell'attrarre profitti e Fdi, ma rimane meno incentivante all'espansione di un investimento reale già localizzato in Gran Bretagna. Ciò dipende dal regime per gli ammortamenti, uno dei meno generosi dell'Ocse e quindi relativamente penalizzante per settori come il manifatturiero con ampi investimenti in macchinari e immobili. Il quadro non cambia prendendo come riferimento i Paesi del G20. Il Regno Unito presenta l'aliquota statutaria più bassa insieme a Russia, Turchia e Arabia Saudita, ma si posiziona solo al quinto posto nella classifica dell'Eatr. La Emtr è solo al decimo posto in una classifica che vede l'Italia in prima posizione, data la presenza dell'Ace e di ammortamenti relativamente generosi.

Alla vigilia delle elezioni, che cosa farà il nuovo governo britannico? Se vincitore, il partito laburista non taglierà l'aliquota 2015 al 20%, ma la manterrà al 21 per cento. La differenza è minima e riflette il consenso su un'aliquota attorno al 20 per cento. Per il resto, molte misure erano già state proposte dal Labour, che non ha mai fatto vera opposizione all'agenda fiscale della coalizione. La contestazione è invece arrivata da alcuni Paesi, in particolare dalla Germania, preoccupati del rischio di erosione della propria base imponibile a causa di alcuni elementi quali il Patent box.

Se la pressione di altri Paesi e dell'Ocse crescerà, il Regno Unito potrebbe adeguare alcune norme al consenso internazionale, ma allo stesso tempo, per mantenere la competitività, potrebbe abbassare ulteriormente l'aliquota Cit. Alcune grandi imprese già propongono il 15%, ma con un sistema per ora competitivo e un deficit ancora ampio, la priorità sarà probabilmente migliorare le finanze pubbliche.

Research Fellow University of Oxford Centre for Business Taxation - Said Business School

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