Commenti

L’equity crowdfunding fermato dalla burocrazia

STRUMENTO DA RILANCIARE

L’equity crowdfunding fermato dalla burocrazia

L’Italia è stata un pioniere nella normativa per promuovere l’Equity Crowdfunding (Ecf), e lo ha fatto sostenendo l’innovazione attraverso un importante sistema di benefici fiscali. Questo primato, riconosciuto internazionalmente, si avvalora nell’Investment Compact, il pacchetto di misure finalizzato, fra l’altro, a utilizzare l’Ecf per reperire i finanziamenti necessari al rilancio degli investimenti delle Pmi italiane.

Nonostante tutto ciò, l’Ecf in Italia oggi è fermo al palo. Ci sono più piattaforme autorizzate (14) che progetti andati in porto (4). I successi non sono certo derivati da raccolta di capitali di rischio da una popolazione aperta di investitori (appunto le crowd), ma solo esigui numeri di investitori in club-deal, notoriamente lontani dal fenomeno crowd cui lo strumento intende rivolgersi. La causa di questo insuccesso è dovuta anche al modo in cui si è deciso di disciplinare il fenomeno, con la giustificazione di meglio tutelare gli investitori. Per liberare le potenzialità dell’Ecf e godere degli importanti benefici che esso può dare al nostro Paese in termini di occupazione giovanile, sviluppo dell’imprenditorialità e crescita della capacità di produrre innovazione – aumentando peraltro il gettito fiscale - occorrono pochi interventi a costo zero, e qualcuno persino risparmiando. In sintesi:

Eliminare il ruolo obbligatorio della banca, sostituendolo, se proprio la burocrazia vuole avere ancora una parola, con una fideiussione per gli importi in raccolta che eccedono il patrimonio netto contabile del gestore della piattaforma, e limitatamente ai progetti con raccolta eccedente una certa soglia, per esempio 500mila euro. Resta fermo l’obbligo di aprire un conto corrente indisponibile fino al raggiungimento dell’obiettivo di raccolta intestato alla start up.

Consentire che il versamento da parte dei potenziali investitori possa essere eseguito tramite mezzi di pagamento moderni, come carte di credito e paypal, invece dell’antidiluviano bonifico bancario, oggi unico strumento consentito.

Consentire che l’identificazione del socio da parte del notaio possa avvenire semplicemente attraverso la comunicazione del proprio codice fiscale al momento dell’adesione alla raccolta, senza altri orpelli.

Portare al di fuori del controllo Consob le piattaforme che intermediano meno di 10 milioni di euro annui.

Innalzare il limite del versamento senza profilatura MiFiD (un’altra complicazione burocratica) di un singolo investitore dagli attuali, risibili, 500 euro, ad almeno 5.000 euro. Magari prevedendo una soglia di investimento in questo tipo di attività in misura inferiore al 5% del patrimonio o del reddito dell’investitore, che deve autocertificare con una semplice dichiarazione il rispetto di tale condizione.

Ridurre l’imposta sui capital gain realizzati su questi strumenti al 5%: si noti che l’incentivo non va finanziato, perché relativo a maggiori profitti attesi dall’introduzione della norma. E anzi il pur ridotto 5% si trasformerà in un extra gettito, e a ben vedere più che di un incentivo saremmo in presenza di un correttivo per compensare il livello di rischio particolarmente elevato per questo tipo di investimenti.

Rendere automatica l’iscrizione al Registro delle start up innovative per quelle imprese che autocertificano la sussistenza di almeno uno dei requisiti previsti dalla legge, togliendo ogni discrezionalità alle Camere di Commercio.

Destinare almeno il 50% dei fondi pubblici di tipo “premiale” alle Università in funzione dell’attività di terza missione da loro effettuata, attraverso la creazione di incubatori e il supporto alla nascita e sviluppo di start up, da misurarsi anche sulla base del tasso di successo di mercato.

Tutti questi interventi, a parte l’ultimo, avranno un immediato impatto sul fenomeno, e libereranno le sue grandi potenzialità per i giovani, le imprese, la capacità competitiva e persino il gettito fiscale del nostro Paese. Con l’ultimo, porteremo la valutazione dell’Italia nelle classifiche internazionali della qualità della ricerca e dell’Università, ai primi posti, come la grande qualità dei nostri ricercatori, storicamente documentata, certamente merita. Questo inoltre favorendo una valutazione obiettiva, perché di mercato e non solo accademica e autoreferenziale, delle nostre università e dei loro professori, favorendo i giovani talenti e il ricambio generazionale.

Angelo Miglietta è prorettore all’innovazione dell’Università Iulm e presidente Tim Ventures

Emanuele Mario Parisi, PhD candidate Iulm, è amministratore delegato di Smarthub Piattaforma Ecf

© Riproduzione riservata