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Gli apprendisti stregoni e il pompiere di Francoforte

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CHI GIOCA CON L’EURO

Gli apprendisti stregoni e il pompiere di Francoforte

Dovrebbe avere imparato, l’Europa, che non si scherza con il fuoco delle crisi (ancora irrisolta quella dell’euro). In fondo non dovrebbe fare un grande sforzo di memoria per ricordare il disastro già scatenato una volta dal contagio ellenico.

Prima, era meno di cinque anni fa, non si voleva aiutare la Grecia sulll’orlo del default, le si voleva dare una lezione per i suoi conti truccati. Poi non si sapeva come aiutarla senza violare i Trattati e si rifiutava di costituire un Fondo europeo salvastati, alla fine ci si arrendeva alle pressioni devastanti dei mercati e alla logica dell’evidenza creando quel Fondo e appoggiando la politica interventista della Bce, fino a sancire pubblicamente con Mario Draghi l’intangibilità della moneta unica «a qualunque costo».

Quel disastro causato da una economia che allora valeva il 2% del Pil dell’eurozona e del 3% del suo debito totale non è passato remoto ma storia recentissima. Invece no.

Anche allora si era giocato allegramente con Grexit senza averla vinta ma pagandola cara. Tutti.

Oggi si fa esattamente lo stesso nella convinzione di aver ormai isolato la Grecia nell’infelice Lazzaretto dei suoi problemi irrisolti. Di averne neutralizzato il contagio. Molti, sta diventando una sorta di coro cui si unisce anche l’Fmi, hanno chiosato e chiosano di continuo su questa nuova verità ufficiale.

Peccato che i mercati la smentiscano. Gli spread tornano a crescere in Grecia ma anche in Italia e Spagna, indifferenti alla nuova propaganda dei Soloni dell’economia, della finanza e della politica europea.

Un negoziato, qualsiasi negoziato è fatto di bluff e di tira e molla a getto continuo ma quello tra la Grecia e i creditori dell’Eurogruppo, della Bce e dell’Fmi sta ormai esagerando nei tempi e nei modi. Perché balla sull’orlo del baratro e, protraendosi all’infinito senza costrutto, comincia a dare credibilità all’ipotesi di una inconfessata volontà di rottura da entrambe le parti. Insomma allo scenario Grexit, in diverse possibili coniugazioni.

E così la speculazione, tranquilla da quel luglio 2012 in cui Draghi la disarmò con il suo “whatever it takes”, ritorna alla carica, ricomincia a credere e a scommettere su un nuovo incendio nel quale i cattivi profeti e i creditori potrebbero ustionarsi le mani. Sperare in una eventuale seconda incursione del pompiere Bce per spegnerlo, nei miracoli certi del quantitative easing, è un esercizio pericoloso.

Troppo tardi e dopo un altro inutile ma pesante spreco di risorse come accadde la prima volta, si potrebbe scoprire che le dinamiche dei mercati globali non sono governabili a piacimento, non sono come la lampada di Aladino. Quando decidono di tornare a remare contro l'Euro, poi ci provano davvero se ritengono che ne ce ne siano di nuovo le condizioni.

La logica economica e politica dice che un'accordo s'ha da fare, semplicemente perché il non accordo sarebbe un'alternativa peggiore.

Si possono capire le ragioni di tutti in questo braccio di ferro in cui nessuno vuole cedere: quelle dei tedeschi, e di tutti i creditori, che resistono per non dare cattivi esempi e per non aprire un pozzo di aiuti senza fondo e quelle dei greci, i debitori insolventi che chiedono un po' di tempo e respiro senza dover perdere del tutto la faccia e senza rinunciare alla partnership europea.

Davvero l'intesa è impossibile? Sembra assurdo persino porsi la domanda. Ma il tempo è quasi scaduto. Mettere a repentaglio stabilità e futuro dell'euro piegandosi alle isterie che guidano irriducibili e opposte rigidità significa abdicare al buon senso e all'interesse generale per orchestrare un naufragio collettivo: magari non immediato ma sicuro. Il messaggio dei mercati è chiaro: checchè se ne dica, per l'eurozona giocare con la pelle della moneta unica resta un lusso proibito. Gli apprendisti stregoni sono avvertiti.

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