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L'unica via è realizzare subito i campi di accoglienza

Italia

L'unica via è realizzare subito i campi di accoglienza

Lasciano piuttosto perplessi le denunce rivolte dalle autorità italiane ai governi degli altri Paesi europei circa la loro mancanza di solidarietà sulla vicenda dei migranti e la ventilata eventualità che «l'Italia faccia da sola», cosa peraltro inevitabile nel momento in cui è lasciata sola.
Si rivela fondato quanto, insieme ad altri, avevamo sostenuto dopo il vertice europeo straordinario del 23 aprile, dedicato all' emergenza migrazione e sbandierato come una «vittoria del governo italiano». Detto molto semplicemente, la convocazione del vertice era la sola cosa certa che l'Italia aveva ottenuto, tutto il resto si limitava a impegni non vincolanti e a espressioni (reversibili) di buona volontà. Ora, piuttosto che rimpallarsi accuse reciproche è necessario correre ai ripari per evitare che la più annunciata e prevedibile delle emergenze si trasformi in un vero e proprio disastro capace di travolgere tutto e tutti, dal sempre più sordo rapporto tra gli italiani e le loro istituzioni politiche al precario equilibrio sociale di molte nostre città.

Piaccia o non piaccia l'idea di costruire campi di accoglienza, identificazione, smistamento e rimpatrio è la sola soluzione possibile per uscire dal caos profughi, evitando che la fuoriuscita dei profughi stessi dai luoghi in cui il ministro degli Interni li ha destinati, senza sorveglianza alcuna, provochi il caos nelle nostre città. Il fatto che a ricordarcelo siano stati i nostri cugini d'Oltralpe, mentre con assai poco garbo si affrettavano a chiudere il valico di Ventimiglia, non toglie nulla alla logica persino banale di una simile decisione.

Se assunta tempestivamente, essa consentirebbe di inviare tre segnali a tre pubblici diversi e ugualmente importanti. Innanzitutto all'opinione pubblica (ovvero ai cittadini-elettori che in massa hanno disertato le urne da un anno a questa parte) che è sempre più disorientata dal modo in cui le autorità politiche stanno non-gestendo una situazione grave ma per nulla inattesa. Sono anni, dai tempi in cui al vertice del ministero oggi occupato da Alfano stava Roberto Maroni, che si parla di «emergenza immigrazione». Allora venne escogitato il «permesso di soggiorno al portatore», nella speranza che francesi e austriaci fossero così gonzi da lasciar entrare in casa loro chi noi non volevamo in casa nostra. Oggi ci si arrovella intorno a una soluzione non troppo diversa e altrettanto pasticciata. Gli italiani si attendono giustamente qualcosa di più che la trasformazione dei mezzanini ferroviari, dei parchi, delle riviere in bivacchi. E soprattutto chiedono che il governo governi e non «si costerni, si indigni, si impegni e poi getti la spugna con gran dignità», per dirla con il brigadiere Pasquale Cafiero dell'indimenticabile don Raffae'. Se decisioni tempestive ed efficaci non verranno adottate per rassicurare un'opinione pubblica che è già (giustamente) preoccupata e sconcertata finiremo per rimpiangere presto la «moderazione» della Lega di Salvini (che moderata non è affatto, intendiamoci bene).

Il secondo, ovvio, target della decisione di allestire campi di accoglienza idonei, dignitosi e sorvegliati è rappresentato dai governi europei, che avrebbero molta più difficoltà a non ottemperare a quanto promesso se le autorità italiane provvedessero effettivamente a registrare e controllare chi arriva coi barconi, collaborando a un'efficace e necessaria distinzione tra coloro che sono nella condizione di poter richiedere asilo politico e coloro che non lo sono e che dovranno essere rimpatriati. Questi governi, e le loro opinioni pubbliche, vedrebbero finalmente che l'Italia fa qualcosa di concreto (a parte la meritoria opera di salvataggio in mare) per collaborare a gestire la criticità della situazione e che non si limita allo scaricabarile in risposta all'altrui scaricabarile, in un circolo per nulla virtuoso.

C'è poi un terzo altrettanto decisivo pubblico che è costituito dai migranti stessi, che verrebbero a sapere che il nostro Paese non rappresenta, come da tradizione, «il ventre molle dell'Europa».

Una cosa deve essere chiarita. Una simile decisione non ha nulla di inumano o di non solidale. Si tratterebbe solo di riconoscere che mentre si lavora sulla via della realizzazione di accordi con i Paesi rivieraschi, con quelli di transito e di provenienza dei migranti, mentre si elaborano strategie di cooperazione allo sviluppo che possano contrastare nel lungo periodo il fenomeno della migrazione economica, e nell'attesa di poter esternalizzare i campi di accoglienza e identificazione come la Ue sta cercando di fare, occorre gestire l'immediato. E se abbiamo lasciato vivere per anni i nostri terremotati in container (così come vivono in container le truppe impegnate nelle missioni ISAF o UNIFIL) non si vede perché dovrebbe essere considerato degradante offrire la medesima sistemazione temporanea a persone che fuggono dalla guerra civile o dalla miseria.

È illudendoli su una facile integrazione e su un'accoglienza arruffona e per nulla vigile che stiamo deludendo queste migliaia di persone e che trasformiamo gente grata di essere stata salvata da morte certa in potenziali facinorosi che pretendono di andare dove meglio credono, quando sappiamo benissimo che le regole europee parlano chiaro: diritto dìasilo per chi ne possiede i requisiti e rimpatrio per tutti gli altri, e nel frattempo nessuna dispersione sul territorio sperando che si rendano irreperibili.

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