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L'Unione non deve essere solo un contenitore ma soggetto politico

L'ANALISI / EUROPA

L'Unione non deve essere solo un contenitore ma soggetto politico

  • –Montesquieu

Dovrà tornare ad essere un dibattito politico, quello sull'Europa. Finora non lo è stato ed è questo uno dei segnali della involuzione progressiva della esaltante costruzione sovranazionale che voleva un'Europa non solo contenitore, ma soggetto politico a sua volta: autonomo e sovranazionale, capace di assorbire le energie dei paesi membri e convogliarle nella direzione di obiettivi comuni di benessere, solidarietà, collegialità, parità, fratellanza, democrazia. Una costruzione che nasceva dalle ceneri dell'orrore di una guerra tra gli stati del vecchio continente, capaci di prodezze che non sfigurano a fronte di quelle strazianti del cosiddetto “stato islamico“.

Per chiarezza, in questa breve riflessione non rientra alcuna valutazione di tipo economico e sociale: ad esclusione di quelle di tipo umanitario, relative ai livelli di vita di popoli, come quello greco, che sembrano orientarsi verso il regresso delle condizioni primarie di cura della salute, di benessere minimo, addirittura dello sviluppo fisico corretto dei bambini e della dignità delle persone anziane. Si può osservare come le dichiarazioni politiche degli ”europeisti” – mentre montano quelle degli antieuropeisti -, anzichè dominare la scena, si mescolino senza imbarazzo a quelle di banchieri e finanzieri: ma, come non bastasse, quelle degli uomini di governo dei paesi membri rivelano intenti ad uso interno dei rispettivi paesi, dirette a rassicurare i propri cittadini ed elettori, ma assai carenti sotto il profilo dello spirito comune e comunitario. Di quelle delle alte cariche istituzionali europee, impressionano soprattutto la inopinata e deprimente assenza di terzietà verso gli stati membri, un ulteriore vistoso segno di regresso democratico e istituzionale.

Della solidarietà, della collegialità, della parità, dello stato di benessere comune, del rispetto delle regole democratiche si trova poco in quelle dichiarazioni, come poco si rinviene nei tanti silenzi che hanno accompagnato l'esito del voto di ieri. Va dato atto al nostro capo dello Stato di parole chiare, tempestive, giuste, ispirate ad un europeismo di stampo originario, in cui risuonano i concetti di collegialità, di parità e di solidarietà, ed emerge la novità dello scenario. Del capo del nostro governo, cominciano a farsi chiari solo ora i pensieri e le intenzioni, che sembrano oscillare tra le non felicissime dichiarazioni del pre-voto, e l'impegno verso una rinnovata collegialità.

Si può pensarla come si vuole sul referendum greco: quello che non si dovrebbe negare è che la spinta al cambiamento è più forte oggi di quanto non lo fosse prima del voto, più necessaria. Forse, invece, non è così estesa come si vorrebbe far credere la disponibilità al cambiamento. Se i singoli paesi hanno bisogno di riforme, per il vecchio continente quella di un cambiamento radicale, in cui i banchieri, e per molti versi nemmeno gli economisti dovrebbero monopolizzare il dibattito, è una vera emergenza, nel senso di un ritorno affinato ed aggiornato allo spirito del passato, con unica alternativa una disgregazione intorno alla quale già volteggiano affamati avvoltoi.

Un ritorno al passato anche questo, ma un passato cupamente diverso. Soprattutto oggi, dopo quel voto per molti versi sconvolgente del popolo greco, che sembra aver attizzato il fuoco di pericolose ritorsioni, in quel minaccioso “diciotto contro uno “ del presidente del parlamento europeo, arbitro poco imparziale della dialettica europea. Se suona retorico il richiamo di una Grecia a cui tutta l'Europa, e non solo, deve molto in termini di democrazia, non esalta l'immagine di una unione che esibisce senza imbarazzo tra i propri membri – quelli con il dito puntato - paesi sospettati di pratiche fiscali non proprio solidali verso i popoli ed i cittadini.
montesquieu.tn@gmail.com

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