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Né con questa Grecia, né con questa Europa

IL NEGOZIATO EUROPEO

Né con questa Grecia, né con questa Europa

Uno dei problemi del referendum ellenico, subito denunciato da molti cittadini greci, è che nessuno - né Tsipras, né l'Europa - era in grado di indicare il senso esatto del quesito, ovvero quali conseguenze fosse ragionevole attendersi da una vittoria del no e quali da una vittoria del sì. E infatti, anche ora che il referendum ha avuto un esito univoco, nessuno sa che cosa ci riserverà il domani.
Ci sono un paio di conseguenze, tuttavia, che la vittoria del no rende, se non certe, almeno altamente probabili. La prima è che l'interlocutore dell'Europa continuerà ad essere Tsipras e non, come alcuni a Bruxelles auspicavano, un governo più in sintonia con le istituzioni europee. La seconda è che, da oggi, sarà molto più difficile continuare con la commedia recitata fin qui. Una commedia in cui per mesi si è finto che la Grecia avrebbe potuto, prima o poi, onorare i suoi debiti, e che il dissenso fra Tsipras e la Troika (inutile inventare altri nomi) fosse circoscritto ad alcune misure specifiche, come l'Iva o i tempi di innalzamento dell'età pensionabile.

Che questa fosse una finzione era chiaro da tempo a chi avesse voluto vederlo (e questo giornale lo ha ribadito forte e chiaro domenica, con l'editoriale del direttore, senza aspettare l'esito del voto), ma oggi - con la vittoria del no - è diventato del tutto evidente: la Grecia non ripagherà tutti i suoi debiti, e non sarà qualche punto di Iva in più a rendere possibile un accordo che non si è trovato in mesi di dialogo fra sordi.

Vista da questa angolatura, la vittoria del no ha i suoi lati positivi. Se i governanti europei conservano un minimo, non dico di senso del bene comune (sarebbe pretendere troppo), ma almeno di lucidità, è lecito aspettarsi che fin dai prossimi giorni alcuni dei grandi nodi dell'eurozona vengano affrontati per quello che sono, senza l'ipocrisia con cui li si è tenuti nascosti fin qui. Anche se, va detto, il nulla di fatto di ieri sembra suggerire che la Grecia sia solo interessata a nuovi aiuti, e l'Europa non abbia ancora capito che la Grecia non è il suo unico problema.

Quali sono, questi nodi dell'eurozona?
Fondamentalmente uno soltanto: in 17 anni, ossia da quando si è vincolata all'euro, l'Europa non ha ancora trovato un meccanismo che sostituisca degnamente quello di cui si è privata dal 1° gennaio del 1999, ossia la flessibilità del cambio. Riconoscere questo, sarebbe già un grandissimo passo avanti, indipendentemente dal fatto che si ritenga che un tale meccanismo possa essere trovato, come pensano i più, o che un tale meccanismo non possa esistere, come pensa una non troppo sparuta (e anzi crescente) schiera di studiosi.

Il peggio che può succedere, su questo terreno, è che il problema venga ancora una volta rimosso, o venga affrontato in modo puramente ideologico, magari riproponendo la vecchia diatriba fra “austeriani”, difensori dell'austerità, e “keynesiani”, fautori dello stimolo monetario e della spesa in deficit. La realtà, temo, è che sia la Grecia sia le istituzioni europee avrebbero bisogno di un serissimo e assai doloroso esame di coscienza.

I governanti greci dovrebbero rendersi conto che nessun Paese moderno può permettersi un così lungo periodo di inaffidabilità e irresponsabilità, e che la solidarietà delle altre nazioni, quale che sia la forma che assume (prestiti, tassi agevolati, dilazione dei pagamenti, eurobond, salvataggi più o meno mascherati) non può essere a tempo indeterminato e senza contropartite. Spiace doverlo sottolineare, ma il problema base della Grecia era e resta il disavanzo dei suoi conti con l'estero, frutto di un gravissimo deficit di competitività. Non tutti, mi pare, si rendono conto delle dimensioni e della persistenza di tale disavanzo. Un conto è dire che un Paese, per qualche anno, è vissuto al di sopra dei propri mezzi (espressione metaforica, imprecisa, e vagamente moralistica) un conto è quantificare la misura in cui lo ha fatto. Il modo migliore per apprezzare le dimensioni della voragine ellenica è di tradurla in italiano: se l'Italia si fosse comportata come ha fatto la Grecia negli ultimi 15 anni, oggi avremmo contratto un debito con l'estero di circa 2100 miliardi, più o meno l'entità del debito pubblico (2200 miliardi) che l'Italia ha accumulato in più di 150 anni, ossia dall'Unità a oggi. Se non fosse ancora abbastanza chiaro, lo traduco in termini annui: l'eccesso di importazioni della Grecia equivale, nei termini del nostro Pil, a 140 miliardi all'anno, 14 volte il bonus che il povero Renzi si è ingegnato di far affluire nelle tasche dei lavoratori dipendenti italiani. Un sostegno esterno implicito che fa impallidire i tanto discussi trasferimenti che, di fatto, il Nord dell'Italia eroga al Mezzogiorno.

Ma se i governi greci hanno gravissime responsabilità nel disastro cui hanno condotto il loro popolo, tutto si può dire tranne che l'Europa, questa Europa burocratica e divisa, abbia le carte in regola. Al di là della pessima gestione del caso greco, che si trascina da anni nell'ipocrisia e nella finzione, con i debitori che sottoscrivono accordi che sanno di non poter rispettare, e i creditori che fingono di credere alle promesse dei debitori, resta il fatto che l'Europa un modo per limitare e gestire gli squilibri commerciali e i divari di competitività non lo ha ancora trovato. La regola che impone il rispetto del 3% nei deficit pubblici viene fatta valere rigidamente, ma a fasi alterne, e nessuna regola altrettanto ferrea impedisce a un Paese come la Germania di avere sistematicamente (ovvero per più di un decennio) un surplus che supera il 4% del Pil. L'Europa, in questi lunghi anni di costruzione dell'edificio comune, non è stata né keynesiana, né liberista. Ad essere keynesiana non ha pensato neppure un minuto, mentre liberista lo è stata solo nella fantasia dei suoi oppositori più ciechi. Se fosse stata davvero liberista avrebbe preteso basse tasse sui profitti, aggiustamenti dei conti pubblici dal lato della uscite piuttosto che delle entrate, riforme incisive in tutti i mercati, e non solo in quello del lavoro. Soprattutto, non avrebbe soffocato il mercato interno con un eccesso di divieti, direttive, adempimenti.

Forse la realtà è che, in questi lunghi anni di crisi, a vincere o a perdere, più che l'Europa, sono state le singole nazioni. L'Europa ha tentato di imporre le sue ricette, spesso ragionieristiche e miopi, ma poi sono stati i singoli Paesi che le hanno declinate e interpretate, adattandole a sé stessi con maggiore o minore convinzione. Chi le ha prese più alla lettera, penso soprattutto a Portogallo, Italia, Finlandia, ha passato la nottata ma arranca ancora. Chi le ha interpretate in chiave liberale, come la Spagna e soprattutto l'Irlanda, ora sembra avere discrete possibilità di tornare alla crescita. Chi le ha rifiutate in toto, in realtà solo la Grecia, ora rischia il collasso. Ma tutti, vincitori e perdenti di questi anni ben poco gloriosi, dovremmo aver imparato che le regole che ci eravamo dati per convivere non hanno funzionato. E, probabilmente, non potevano funzionare.

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