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Questo articolo è stato pubblicato il 09 luglio 2015 alle ore 06:39.

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I sussurri dicono che l’obiettivo sia “quota 15”. Londra non lascia la forbice e continua a ridurre in modo sistematico la tassazione sulle imprese, oggi al 20%, ma destinata a calare al 18% entro il 2020. La conferma è giunta ieri dal Cancelliere dello Scacchiere George Osborne che ha presentato il Budget alla Camera dei Comuni, di fatto la prima legge finanziaria firmata da un governo monocolore Tory dal 1996. E non finirà lì la caduta libera della corporate tax nel Regno di Elisabetta, a dar retta, almeno, alle voci che suggeriscono di una futuribile aliquota al 15%. Un’incollatura appena da quel 12,5% che ha fatto, e continua a fare, la fortuna dell’Irlanda.

L’imposta sulle imprese è stato uno dei passaggi più significativi di un Budget di svolta in un’economia risanata. Uno stacco violento dai guai che zavoranno l’Eurozona, onorando la strategia di George Osborne, felicemente riassunta attorno allo slogan “alti salari, bassa tassazione, ridotto welfare”. Parole che scolpiscono un nuovo modello sociale capace di creare bizzarrie politiche. Tocca, infatti, a un governo conservatore e non laburista consolidare il salario minimo che il Cancelliere ribattezza «living wage» e che per i lavoratori di almeno 25 anni significa vedere la paga oraria base balzare da 6,50 sterline, a 7,20, fino a 9 nel 2020. L’idea è che le imprese, incassato il benefit della ridotta corporate tax, ridistribuiscano il profitto anche ai dipendenti. Non più, però, agli stranieri. Cessa, infatti, nella forma attuale, il regime di “non–dom”, quell’eccezione fiscale che consentiva alla comunità internazionale di godere, per sempre, di agevolazioni. La festa d’ora in avanti durerà “solo” 15 anni, trascorsi i quali - fa sapere Osborne – Irpef uguale per tutti. Un disincentivo forte ai danni della comunità internazionale che ha già avuto ricadute sui valori immobiliari di Londra colpiti anche dalle nuove imposte a carico di chi compra per investimento: dopo l’annuncio si sono registrati forti ribassi delle società che operano nel real estate.

Sono state annunciate correzioni marginali sull’Irpef e altre, più significative, alla tassa di successione, ma è destinato a pesare, soprattutto, il nuovo regime d’imposte per le banche. In cambio di una progressiva riduzione dell’odiato balzello sul bilancio globale degli istituti di credito, è stata introdotta una tassa dell’8% sugli utili. Una mossa che va incontro alle ansie di Hsbc, sulle cui casse pesa la fetta più importante della gabella imposta dal Tesoro, e che, proprio per questo motivo, minaccia di lasciare Londra alla volta di Hong Kong. Sale infine a 11 mila sterline entro il 2020 l’area di esenzione fiscale totale, mentre aumentano le imposte sui dividendi per i redditi più elevati.

Se sulle tasse il saldo complessivo, secondo i primi calcoli, suggerisce che ci sia stata una ridistribuzione e non una riduzione, sul welfare il taglio è violento con sforbiciate ad assegni familiari, assegni per l’abitazione, crediti d’imposta per la casa, sussidi agli studenti e altre forme di aiuti pubblici. Un manovra che complessivamente sul cotè welfare avrà un impatto nel quinquennio di circa 34 miliardi di sterline, ma che consentirà al Cancelliere di centrare i suoi obbiettivi anche se più lentamente del previsto. Quest’anno il disavanzo britannico sarà del 3,7%, ma la crescita al 2,4% si confermerà la più solida – per il secondo anno di fila – nel mondo occidentale. Nel 2020 la lunga stagione dell’austerità del Regno si potrà considerare conclusa con un surplus di bilancio dello Stato inimmaginabile cinque anni fa quando Londra aveva un deficit pari al 10 e più per cento del Pil.

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