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Il successo con Teheran

L’EUROPA E IL MEDIO ORIENTE

Il successo con Teheran

Quattro tecnici italiani rapiti in Libia, 30 ragazzi curdi ammazzati da un terrorista suicida inTurchia, la Siria e l’Iraq che sono il solito carnaio.
Là le battaglie infuriano per settimane lontano dai riflettori dei media occidentali mentre i bambini di Aleppo muoiono come mosche in una città per tre settimane senza acqua potabile, il Libano sempre sull’orlo del baratro, lo Yemen che i sauditi bombardano con furia parossistica, l’Egitto alle prese con attentati settimanali, la Tunisia prostrata dalle stragi di turisti e Israele ancora sotto shock per l’accordo sul nucleare iraniano, il cui premier minaccia azioni unilaterali e la cui opinione pubblica è in maggioranza favorevole a un attacco preventivo contro l’Iran: questo è solo un parziale sommario del caos che sta devastando la sponda sud del Mediterraneo. Non è più il solo Levante ad essere in fiamme, è il sistema complessivo di una regione che attira nel suo caos le zone limitrofe e che si estende ormai dalla Tunisia alla Turchia.

La forza autentica ed endogena delle primavere arabe si è arenata prima che la fase distruttiva venisse sostituita da quella costruttiva, è stata intercettata e distorta da sciagurati interventi militari occidentali, dall’affermazione di Daesh (Isis) e dal risorgere del jihadismo armato, dai colpi di coda e dalle mutazioni genetiche più o meno riuscite dei vecchi regimi. L’onda d’urto di questa vera e propria catastrofe si manifesta in maniera più visibile nei barconi stracarichi di disperati che tentano di raggiungere le nostre sponde, in maniera più sottile e pericolosa nella proliferazione del terrorismo di matrice islamista in tutta Europa.
Ma anche la sponda nord del Mediterraneo non versa in condizioni eccellenti. Ancora è da valutare lo sconquasso prodotto dale modalità con le quali è stata affrontata e non risolta la crisi greca.
Un’Europa ormai più “teutonica” che “carolingia”, alle prese con una crisi (auspicabilmente) evolutiva ma certamente profonda, appare più del solito chiusa su se stessa e ben poco propensa a giocare quell ruolo di stabilizzatrice del suo “estero vicino” meridionale come invece dovrebbe , non foss’altro per lungimirante egoismo. E la debolezza della sponda europea rende estremamente difficile la politica mediterranea dell’Italia, giustamente restia a “fare da sola” eppure prima o poi costretta ad agire “anche da sola” per tutelare i propri legittimi interessi di sicurezza, di fronte alla sordità dei propri partner continentali.

È su questo scenario tutt’altro che brillante che l’accordo sul nucleare iraniano si staglia come un importante segnale in controtendenza, un successo perseguito con pazienza e determinazione, con l’accordo unanime delle 6 grandi potenze e contro fortissime resistenze. Come era lecito aspettarsi, nell’immediato, il raggiungimento dell’accordo con la Repubblica islamica ha ulteriormente surriscaldato la regione. Non poteva essere altrimenti, dal momento che Israele e Arabia Saudita - i principali alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente - lo osteggiavano (e lo osteggiano) apertamente - e che esso non stempera di per sé né l’ostilita tra l’Iran e le altre due potenze regionali né quella tra Washington e Teheran.
Ma se l’accordo terrà e non verrà affondato nelle prossime settimane dai tanti falchi che volteggiano nei cieli di Tel Aviv e Riad ma anche di Teheran e Washington, esso costituirà un precedente formidabile: ovvero che persino in una sistema altamente instabile e turbolento e su una materia vitale per la sicurezza di tutti la trattativa può rendere efficacemente il posto della minaccia. A una condizione però: a condizione che quelli che una volta si sarebbero chiamati “i grandi” sappiano ricercare ed esprimere una posizione condivisa.

In questi giorni, Barack Obama ha voluto pubblicamente ringraziare sia il presidente russo sia quello cinese per aver reso possibile l’accordo. Non si è trattato di un gesto di maniera, ma del riconoscimento che solo se le grandi potenze riescono a uscire da una logica di pura contrapposizione, da un gioco a somma zero, perseguendo invece un interesse generale, è possibile combinare qualcosa di buono per il Medio Oriente.
Il disastro libico, con il disco verde concesso di malavoglia da Pechino e Mosca ai bombardamenti occidentali, sta esattamente agli antipodi del successo negoziale di Ginevra. Non tanto perché in questo caso le armi hanno taciuto, ma per il lavoro congiunto che ha saputo accantonare per un lunghissimo attimo il (presunto) tornaconto individuale a favore dell’(effettivo) interesse generale. Si tratta di una lezione da estendere alla crisi siriana e a quella libica, tanto per cominciare e che l’Italia ha interesse più di molti altri a vedere implementata. Non sarà la cosa più facile del mondo da replicare, ma c’è forse qualcuno convinto che non ne valga la pena?

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