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In quelle fughe un’unica grande crisi mediterranea

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In quelle fughe un’unica grande crisi mediterranea

Due segnali importanti arrivano in queste ore da Berlino e da Parigi: la disponibilità manifestata da entrambe le capitali ad accogliere un importante numero di richiedenti asilo (in gran parte siriani) e la decisione del presidente francese Hollande di valutare la possibilità di estendere alla Siria i bombardamenti dei caccia francesi contro le posizioni di Daesh. Quest’ultima è stata peraltro accompagnata dal rinnovo di un fermo monito rivolto al dittatore Asad a farsi da parte, allo scopo di facilitare la ricerca di una soluzione politica alla tremenda guerra civile che da oltre tre anni sta letteralmente distruggendo il Paese.

Si tratta anche di due modi diversi ma complementari di fronteggiare la crisi interna all’Unione stessa, manifestatasi con veemenza proprio intorno all’emergenza migratoria, con le accuse rivolte ai “grandi” d’Europa da parte dei Paesi più piccoli, di avere concorso a causare o alimentare direttamente (considerata l’improvvida decisione di abbattere il regime di Gheddafi) o indirettamente (per l’inazione dimostrata di fronte al macello siriano) il presente esodo biblico. Ma l’annuncio del presidente francese comporta innanzitutto il riconoscimento implicito che, fino a quando non verranno meno le cause che spingono i siriani a fuggire a frotte dal loro Paese, i flussi di migranti continueranno a restare ai livelli attuali.

Comunque si voglia giudicare la decisione annunciata da Hollande, sarebbe sbagliato valutarne l’appropriatezza e la necessità alla luce dell’errore madornale commesso in Libia dal suo predecessore Sarkozy. L’appropriatezza di un’azione militare conto Daesh non può essere contestata semplicemente perché quella contro Gheddafi ha costituito un clamoroso fiasco politico. Se il colonnello non costituiva una minaccia per la stabilità del mondo arabo, e per la sicurezza dell’Europa e delll'Occidente, nei confronti del sedicente “califfo” al Baghadadi si può affermare esattamente l’opposto.

Certamente i raid dei jet di Parigi non basteranno a eliminare i tagliagole e i tombaroli arruolatisi sotto le bandiere nere dello “pseudo mahadi”. Ma se non altro ne rallenteranno i piani e ne intralceranno le azioni.

Bombe o non bombe, resta il fatto che il sistema degli Stati del Levante (Iraq, Siria, Libano, Giordania) è sull’orlo del collasso, insieme alla Libia e ai Paesi che si affacciano sullo stretto di Bab el Mandeb (Yemen, Somalia, Eritrea) e che come diretta conseguenza non solo il Mediterraneo meridionale e orientale, ma tutto il Mediterraneo e tutte le regioni che vi si affacciano sono coinvolti in un’unica, grande crisi. Affinché questa possa essere affrontata, deve essere innanzitutto riempito il vuoto strategico lasciato dalla ritirata americana dal Medio Oriente decisa dall’amministrazione Obama. È auspicabile che ciò avvenga prevalentemente grazie a una ridefinizione dell’equilibrio in cui gli attori locali giochino un ruolo maggiore e decisivo, assumendosi una quota più ampia della responsabilità del suo mantenimento. Esattamente in questa direzione va l’accordo sul nucleare iraniano, stipulato dai 5+1 e dalla Repubblica islamica (pur nella consapevolezza delle preoccupazioni saudite e israeliane). Ma se il Mediterraneo è un sistema unico e interdipendente che è composto da una “sponda Nord” tanto quanto dalla sua “sponda Sud”, ciò implica che anche i Paesi europei devono essere disponibili ad assumersi maggiori oneri e responsabilità che in passato: umanitarie, innanzitutto, ma anche economiche e politiche. E militari, ovviamente.

Lasciare che in Siria “se la sbrigassero i siriani” ha contribuito a produrre l’emergenza umanitaria che - finalmente - abbiamo anche noi sotto gli occhi. Chiudere i rubinetti o accogliere generosamente i profughi in fuga dal conflitto siriano non servirà a nulla, però, se contemporaneamente non si interverrà sul serbatoio che ne alimenta il flusso. Non si tratta di provare a esportare la democrazia o imporre il proprio ordine agli altri: si tratta di essere disponibili, insieme agli altri, a farsi carico dei problemi che sono comuni al di là dei nostri desideri, dei nostri timori e delle nostre speranze.

Se ciò dovesse sembrare troppo complicato, pericoloso o semplicemente oneroso, vale la pena ricordare che quando ipotizziamo di concorrere a rimuovere le cause politiche delle presenti massicce migrazioni, stiamo parlando della parte “facile” del compito. Molto più complesso, lungo e costoso sarà affrontare e tentare di alleviare le ragioni economiche alla base dei flussi che dal Mediterraneo e dai Balcani si riversano sull’Europa. Ma su questo nessuno ha in mente nessuna soluzione, nemmeno la cancelliera Merkel. Eppure se domani, per incanto, in Siria dovesse “trionfare la democrazia”, qualcuno ritiene davvero che gli attuali richiedenti asilo tornerebbero tutti in un Paese devastato e dal futuro economico incerto? Evidentemente no. E neanche cesserebbero di arrivare i disperati dall’Africa subsahariana o dall’Asia meridionale. Provare a governare insieme il Mediterraneo e le sue coste è solo il primo passo necessario e ineludibile, dunque, di uno sforzo che richiederà una vera e propria rivoluzione del nostro modo di concepire i rapporti politici ed economici tra Nord e Sud di questo emisfero, e i confini della “nostra” regione ben più che quelli dell’Unione stessa, che ci piaccia o meno, che lo si desideri o che lo si tema.

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