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La flessibilità Ue finanzi davvero gli investimenti

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La flessibilità Ue finanzi davvero gli investimenti

Si fa un gran parlare della flessibilità che la «clausola investimenti» dovrebbe garantire al bilancio italiano e alla manovra per il 2016: l'Italia chiede a Bruxelles 5-6 miliardi di ulteriore “sforamento” del deficit rispetto all'obiettivo programmato dell'1,8% per finanziare una legge di stabilità che considera un tassello decisivo per il rilancio dell'economia. Fin qui tutto bene: la richiesta è coerente con la priorità che il governo italiano si è dato - e ha continuamente riproposto in Europa - di una politica per la crescita.

Quello che non è chiaro - perché non se ne sta parlando, almeno pubblicamente - è se effettivamente i 5-6 miliardi che potrebbero arrivare da questa trattativa con Bruxelles andranno poi effettivamente a una politica di rilancio degli investimenti. Ovviamente in questo senso ha parlato il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio. E in questo senso vanno anche le dichiarazioni di principio del premier Matteo Renzi e del ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan.

Non è chiaro, però, se dietro questa linea generale condivisa dal governo ci sia una strategia concreta di cosa fare. E se, alla fine, dalla legge di stabilità arriverà una spinta forte ed effettiva agli investimenti pubblici (in termini di risorse disponibili) e privati (in termini di robusti incentivi) oppure qualche misura modesta in continuità con il passato. Non vorremmo che, un po' come è successo in Europa con il «piano Juncker», le parole non si traducessero in fatti, cioè risorse vere e strumenti chiari e forti. E che alla fine il rilancio del settore edilizio si pensasse di farlo solo con la cancellazione della Tasi prima casa.

In realtà Delrio ha già messo sul tavolo una strategia complessiva che aspetta solo di essere articolata in una lista di interventi con le relative risorse: riconferma dei bonus fiscali per le ristrutturazioni edilizie e il risparmio energetico, allargamento di questi incentivi a operazioni di riqualificazione su una scala urbana, finanziamento di una trentina di opere infrastrutturali strategiche (la lista delle priorità di aprile), autonomia finanziaria all'Anas per garantire una continuità e un'accelerazione degli investimenti, piani di opere medio-piccole ma non meno strategiche, come le scuole, il dissesto idrogeologico, i collegamenti ferroviari con i porti, i collegamenti ferroviari ad alta velocità con i grandi aeroporti. E poi una serie di piani strategici settoriali o territoriali, come la banda larga o il piano per il Mezzogiorno con gli incentivi fiscali alle imprese, che però non possono essere lasciati al solo finanziamento del Fondo sviluppo coesione (che come sappiamo promette cifre elevatissime in termini di programmazione «lunga» ma ha disponibilità reali di cassa molto più limitate).

Se tutto questo si traducesse in misure operative, avremmo finalmente una nuova politica per gli investimenti capace di superare l'impasse in cui ci troviamo da almeno 5-6 anni (da quando cioè è fallita la legge obiettivo). Un segnale chiaro da Renzi e Padoan non è ancora arrivato, ma si può essere fiduciosi che arrivi. Perché è chiaro anche a loro che se vogliamo davvero irrobustire la crescita e tornare a fare occupazione, questo piano è l'unica strada percorribile.

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