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Nuova fase, due incognite

POLITICA 2.0

Nuova fase, due incognite

Con le dimissioni di Marino, il premier riesce a chiudere una stagione ma se ne apre un’altra in cui il problema non è solo vincere le prossime elezioni a Roma. Prima delle urne, Renzi deve sopravvivere almeno a due eventi: la gestione del Giubileo e la gestione delle primarie.

Con la firma delle dimissioni Ignazio Marino chiude la sua storia di primo cittadino e Matteo Renzi prova a riscrivere una storia su Roma. Si ricomincia da sotto zero, da un’esperienza fallimentare che si è allungata sul partito e si allungherà sul Governo se la macchina del Giubileo non riuscirà a partire e a girare come deve. Dunque, c’è un problema immediato per il premier che è quello della nomina del commissario e della squadra per gestire Roma durante l’Anno Santo ma c’è anche un problema di brevissimo termine che è tutto politico. E che si chiama primarie per Roma. O anche per Milano o Napoli.

Prima ancora che provare a vincere le elezioni nella Capitale - e nelle altre città - Renzi deve riuscire a sopravvivere a un meccanismo che può diventare un moltiplicatore di problemi un po' come lo fu per Bersani nel 2010 o per lo stesso premier alle scorse regionali. Cinque anni fa, vinsero tutti nomi che non avevano il bollino del Pd come Pisapia, Zedda, Doria, De Magistris: il partito, lì per lì, ne uscì male. Alle regionali dell’era Renzi non è andata meglio: in Liguria il Pd si è spaccato e la candidata renziana non ha vinto; in Campania Vincenzo De Luca si è candidato a dispetto nel cortocircuito giudiziario sulla sua eleggibilità; l’altra candidata renziana in Veneto ha vinto ai gazebo ma ha perso malamente alle urne mentre Michele Emiliano ha fatto una corsa sua che poco aveva a che fare con il partito. Storie che spiegano l’improvvisa freddezza del premier.

Ma siccome le primarie sono “un gatto selvatico”, come dice Arturo Parisi, anche Renzi - nonostante la riluttanza - domenica ha confermato che ci saranno. Prima di lui e con lui l’ha detto Giuliano Pisapia che ha escluso candidati imposti dall’alto. E del resto lo stesso premier avrebbe fatto molta fatica a negare i gazebo. Innanzitutto per la sua storia. Lui è nato con le primarie a sindaco di Firenze, era il candidato che dava fastidio all’establishment di partito e vinse a dispetto dei leader di allora che, infatti, ha poi rottamato. Insomma, il suo luogo di nascita politica sono le primarie ma sono state pure il luogo della sua legittimazione da presidente del Consiglio. È grazie alle primarie del 2013 che lo hanno eletto segretario del Pd che ora si trova a Palazzo Chigi: è l’unico suo battesimo democratico prima dell’approdo al Governo. Dunque, sarebbe stato difficile tornare indietro. E anche se la tentazione c’è stata ora si trova nella condizione obbligata di doverle fare a Roma e altrove.

Nella Capitale la battaglia sarà più dura visto lo stato del partito, commissariato e investito da scandali, ma anche Milano o Napoli sono luoghi scomodi. Il tema è dunque come riuscirà a gestirle senza farsi male. Questa è la domanda. Il punto di partenza sono gli errori già fatti e, quindi, da evitare. Innanzitutto non cercando di prenderne le distanze altrimenti finirebbe per subirle: finirebbe - cioè - per diventare quello che i D’Alema, Veltroni e Bersani erano per lui. In secondo luogo, per rilanciarle politicamente deve dare nuova fiducia ai gazebo e a chi va a fare la fila correggendo le regole. La più semplice e necessaria, ricordata in questi giorni da Arturo Parisi, è che chi vota alle primarie deve poi poter votare alle elezioni. Insomma, niente imbarcata di cinesi. Infine i candidati. Nella libera competizione il segretario non potrà esimersi dalla selezione di almeno un nome che abbia una caratteristica: la competenza. Mettere qualità nella “gara” è il compito che spetta a un leader. E il prossimo candidato per Roma deve innanzitutto saper leggere un bilancio.

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