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Il non profit si conta per crescere

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Il non profit si conta per crescere

«Misura ciò che è misurabile e rendi misurabile ciò che non lo è». Il motto di Galileo, solitamente richiamato a fondamento della moderna cultura scientifico-sperimentale, è tornato d’attualità anche negli studi sul non profit. Il Terzo settore ha sempre sofferto di una cronica carenza di informazioni statisticamente aggregate, un po’ per l’arco temporale decisamente lungo tra le successive rilevazioni di fonte pubblica (il Censimento Istat cade a scadenza decennale anche se, dal prossimo anno, l’Istituto ha annunciato un monitoraggio e una “manutenzione” annuale dei dati sul non profit), un po’ per la varietà delle forme giuridiche e organizzative delle organizzazioni senza scopo di lucro, complessità che ha dato luogo a molte ricerche di ambito specifico, tanto lodevoli quanto difficili da integrare in un unico database.

Da qualche tempo, però, le cose hanno iniziato a cambiare. Da una parte la sempre più diffusa esigenza di valutazione dell’impatto sociale sta spingendo il non profit produttivo, in particolare l’impresa sociale, a una reportistica più completa e omogenea, con forti connotati di innovazione (l’obiettivo è, appunto, quello di rendere misurabile anche ciò che non lo è, come il valore sociale aggiunto prodotto dalle attività svolte).

Dall’altra parte anche il volontariato, pur frammentato in una dimensione territoriale, se non municipale, che ne rappresenta insieme la ricchezza e il cruccio, ha imparato a “raccontarsi” in modalità aggregata e scientificamente corretta. Un percorso inevitabile, del resto, se si considera che la “giungla” dei registri delle organizzazioni (quasi 300 ne aveva censiti la ex Agenzia per le Onlus) è uno dei problemi di più lunga data con cui il non profit deve fare i conti. Tanto che il disegno di legge delega per la riforma del Terzo settore, attualmente all’esame del Parlamento, prevede la nascita di un Registro nazionale unico per le organizzazioni di volontariato.

Così, sulla scia di queste esigenze emergenti, la dote statistica sulle organizzazioni si va implementando in maniera significativa. Ultima conferma in ordine di tempo il Report nazionale sulle organizzazioni di volontariato censite dal sistema dei Csv, i Centri di servizio istituiti per sostenere e qualificare le attività di volontariato. L’indagine, presentata la settimana scorsa all’Expo di Milano, anche a coronamento del progetto di volontariato che ha offerto un contributo importante per il successo della manifestazione, è figlia della collaborazione fra Csvnet, il coordinamento nazionale dei Centri, e la Fondazione Ibm Italia che, nell’ambito del programma pluriennale Ibm Impact Grants, ha messo a disposizione software, servizi e competenze dei propri professionisti a favore delle organizzazioni.

In particolare, il rapporto si basa sui dati forniti dai singoli Csv associati alla rete nazionale Csvnet e, come tale, ha il pregio di armonizzare le diverse banche dati, così da ottenere un identikit inedito e di portata nazionale di come e dove operano le 44mila organizzazioni censite. Un valore aggiunto non secondario è rappresentato anche dal fatto che il “selfie” così scattato comprende anche le realtà più informali sotto il profilo giuridico, tra le quali molte associazioni non riconosciute.

«Si tratta di uno strumento agile e dinamico – conferma il presidente di Csvnet, Stefano Tabò – che ha come primi destinatari le stesse organizzazioni, ma che può rivelarsi prezioso allo stesso modo per le istituzioni pubbliche, il mondo accademico, i donatori di risorse, in una parola per tutti coloro che hanno interesse a conoscere meglio il mondo del volontariato».

L’iniziativa è, al tempo stesso, un esempio innovativo di partnership fra mondo profit e non profit perché, come ricorda Angelo Failla, direttore della fondazione Ibm Italia, «il valore di un’esperienza come quella che abbiamo realizzato segna il superamento del modello tradizionale di sostegno e sponsorizzazione che ha caratterizzato in passato le relazioni tra i due settori».

I Centri di servizio puntano così a dimostrare una volta di più, proprio in una fase di cambiamento come quella prefigurata dalla riforma, di poter dare al loro ruolo una rilevanza generale, per non dire pubblica. La sfida dei prossimi mesi sarà, a questo punto, comprendere se e in che modo questa base dati potrà rivelarsi utile nella prospettiva di un Registro unico del volontariato, dove gli affluenti saranno sicuramente diversi e dove, a monte, resta ancora da definire in maniera precisa e univoca quali saranno i confini e i criteri per identificare le “attività di interesse generale” richieste dal disegno di legge di riforma.