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«Eurojust» funziona

gli arresti contro l’isis in europa

«Eurojust» funziona

Diciassette arresti in tutta Europa e un’organizzazione terroristica sgominata: si tratt a di una gran bella notizia che non può che rallegrarci e riempirci di legittimo orgoglio per il ruolo giocato nelle indagini dal Ros e dagli altri servizi di investigazione. Nonostante i pochi mezzi a disposizione Eurojust funziona.

funziona e svolge appieno quell’indispensabile compito di coordinamento tra le forze di polizia europee che risulta cruciale per contrastare una galassia di entità jihadiste, tanto disperse sul territorio europeo quanto perfettamente collegate e organizzate grazie all’utilizzo della rete.

Dalle informazioni fin qui diffuse emerge proprio la centralità del web per l’azione operativa e di propaganda del gruppo che faceva capo al “mullah Krekar”, un estremista che nel 2001 aveva fondato Asar al-Islam nel Kurdistan iracheno, smantellato militarmente nel corso della controffensiva dei Peshmerga tra il 2011 e il 2012 e risorto sotto altra forma in Europa. Proprio qui, nella ricca e tollerante Norvegia, Ahmad Najmuddin (il mullah Krekar) aveva trovato asilo e aveva dato vita a una nuova struttura dalla duplice funzione: quella di predicazione religiosa integralista e di proselitismo jihadista e quella di organizzazione di attentati in Europa. Il successo nell’azione di contrasto da parte degli investigatori ci parla degli enormi progressi compiuti nell'attività di monitoraggio e intelligence che agiscono nel mondo della realtà virtuale. Le tracce lasciate da criminali e terroristi sono oggi rintracciate dai segugi cibernetici né più né meno di quanto accade nella vita di ogni giorno grazie ai cani poliziotto. Si tratta di una conquista decisiva considerato quanto la rete sia fondamentale per connettere le mille microstrutture dell’universo terrorista. Dal percorso organizzativo e politico di Krekar stiamo anche iniziando a capire come le divisioni tra le due grandi sigle del franchising del terrore – al-Qaeda e Isis – per quanto effettive e persino cruente sui campi di battaglia mediorientali (si pensi agli scontri e alle faide tra le due organizzazioni in Siria o in Libia) possano sfumare completamente quando si passa alla realizzazione di cellule clandestine in Europa. Ciò che conta è il percorso che i tanti “piccoli imprenditori” del terrore – gli innumerevoli, pericolosi e oscuri Krekar – compiono, attratti dall’alone di successo che l’acronimo Isis ispira loro e di cui l’attentato contro il jet russo sui cieli del Sinai è solo l’ultima clamorosa manifestazione.

La consapevolezza della rivalità tra Isis e al Qaeda non deve quindi alimentare la pericolosa e fallace illusione che essa possa in qualche modo fornire un punto d’attacco alle nostre strategie di intelligence nella lotta contro il fenomeno jiahdista. Il nostro mullah era stato arrestato e condannato in Norvegia per “istigazione all’odio”. Scarcerato a condanna scontata pendeva, per un certo periodo, sul suo capo un decreto di espulsione, reso non esecutivo per il rischio che una volta rimpatriato potesse incorrere in una condanna capitale in Iraq. Pare in tutto questo di poter constatare un vulnus a livello della legislazione nazionale ed europea che deve essere evidentemente sanato, altrimenti il rischio è che la tutela dei principi di civiltà giuridica dell’unione finisca con il trasformarsi nella libertà di passare impunemente in clandestinità. Così come il fatto che un personaggio come Krekar abbia ottenuto asilo politico deve indurci a una maggior cautela nella concessione dello status di rifugiato: e mi pare che la cosa acquisisca una particolare importanza, considerando il dibattito, troppo spesso anche emotivo, che circonda l’intera questione di questi tempi.

L’Italia ospitava una cellula logistica, ma non risultava essere tra i target possibili. È la riprova di una tesi risaputa: nelle aree reputate importanti logisticamente i terroristi tengono un profilo basso per evitare di attirare eccessiva attenzione. A questo occorre aggiungere che anche l’Italia sta tenendo un basso profilo nella lotta contro Isis nel Levante e questo concorre a farne un bersaglio meno attraente.

Un’ultima nota. L’azione di reclutamento di Krekar non era certo indirizzata esclusivamente ai suoi correligionari presenti fuori d’Europa e neppure a quelli giunti nel Vecchio Continente da oltremare, ma anche a giovani musulmani di seconda e terza generazione. Vedere un collegamento automatico tra i flussi dei migranti e il terrorismo jihadista sarebbe semplicistico e sbagliato; negare che un aumento delle persone di fede musulmana in Europa aumenta oggettivamente la popolazione tra cui tentare di reclutare jihadisti sarebbe tartufesco e sbagliato. Allo stresso modo, però, dovremmo chiederci quanto facilitano il lavoro dei reclutatori del jihadismo le posizioni più o meno velatamente islamofobe o l’applicazione sistematica di un doppio standard alle questioni più urticanti per gli arabi e i musulmani nel mondo, come, ad esempio, le condizioni umilianti in cui è tenuta la popolazione dei Territori Occupati in Cisgiordania. In tal senso le recenti decisioni assunte dalla Ue sull’identificazione della corretta provenienza dei prodotti importati da dai Territori Occupati (che ha tanto scandalizzato alcuni) vale più di mille prediche bene intenzionate nel togliere argomenti capacità di penetrazione delle tesi criminali di Krekar e compagni e nel mostrare come nell’applicare i principi in cui crede l’Europa non guardi in faccia nessuno.

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