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L’Emoticon è la parola dell’anno secondo l’Oxford…

Emoji, Brexit e le altre

L’Emoticon è la parola dell’anno secondo l’Oxford Dictionary

Invece di un sostantivo, l'Oxford Dictionary ha eletto parola dell'anno un emoticon, la “faccina gialla che piange di gioia”. La faccina che ride e piange al tempo stesso è stata l'emoticon più utilizzata del 2015 e per la precisione ha costituito il 20% di tutte quelle utilizzate nel Regno Unito e il 17% di quelle più utilizzate in America, con un aumento notevole rispetto al 2014 (quando le percentuali erano al 4 e al 9%).

Ciò che più mi interessa al riguardo della decisione presa al riguardo dell'emoticon è l'analisi dell'elenco delle parole che, pur arrivando vicine, non hanno ottenuto questo riconoscimento. Tra queste vi sono “ad blocker” (un software che impedisce che sulla pagina web che si sta visitando compaia la pubblicità), Brexit (la possibile uscita del Regno Unito dall'Ue) e “lumbersexual”, un “giovane che vive in città e che sceglie il look e il genere di abbigliamento - caratterizzato dalla presenza della barba lunga e da una camicia a scacchi - tipici di chi conduce un'aspra vita all'aria aperta” (come i taglialegna, NdT).
Oltre all'emoticon, l'elenco di quest'anno è formato da sostantivi, a eccezione della locuzione aggettivale “on fleek” (stiloso, alla moda), e dal pronome “they” (loro) utilizzato per riferirsi a “persone di sesso non specificato”.

Malgrado le obiezioni dei puristi, almeno dal 1375 si utilizza tale pronome per evitare la tortuosa formuletta inglese “his or her” [suo di lui o suo di lei], preferendo dire “tutti fanno del loro meglio”. Quest'anno, però, “they” ha acquisito particolare preminenza perché è stato utilizzato per riferirsi a persone che “non si identificano né con un maschio né con una femmina”, per esempio “Alex is bringing their laptop” [Alex porta il ‘suo' laptop].
Quest'anno nell'elenco delle parole candidate a diventare parola dell'anno non compaiono verbi, a differenza dell'anno scorso, quando ha vinto “vape” (inalare vapore dalla sigaretta elettronica), e del 2013 quando ne comparivano due: “binge-watch” (fare “scorpacciata” di molte puntate di programmi televisivi visti in successione in streaming) e “twerk” (ballare al ritmo della musica pop in maniera provocante e allusiva, agitando le natiche ed eseguendo flessioni in posizione accovacciata).

Presto molta attenzione alla comparsa di nuovi verbi, in particolare quelli creati a partire da sostantivi. Ad alcune persone questi verbi non piacciono, ma col passare del tempo ci si abitua a usarli ed entrano nel linguaggio comune. Nessuno ormai ha più nulla da obiettare nei confronti di verbi come “contact” (mettersi in contatto), “host” (condurre una trasmissione), “parent” (diventare/fare il genitore), o “leaflet” (fare volantinaggio).
Quest'anno mi hanno incuriosito tre verbi originati da sostantivi. Non posso aspirare all'enorme corpus dell'Oxford Dictionary, che annovera parole tratte da romanzi, riviste scientifiche, dibattiti parlamentari, blog, email e social media, ma per farmi un'idea di come sono utilizzati e di quanto sono nuovi li ho cercati su Factiva, una banca dati di documenti provenienti da giornali, riviste e società varie.

Il primo verbo che ho scoperto compare in una serie di interviste che il mio collega Andrew Hill ha raccolto da giovani leader. Uno di loro, Sonke Hee, dottorando in cosmologia a Cambridge e presidente del comitato studentesco dei dottorandi del suo college, riferendosi ai nuovi tipi di leadership ha detto: “Verrà messo in atto un meccanismo “to database” (per ‘databasare') la performance dei vostri membri”.

Mi rendo conto di quanto sia interessante il verbo ‘database': è più conciso di “inserire tutti i nominativi dei vostri membri nell'archivio della banca dati” e la gente ormai l'adopera da qualche tempo. Già nel 1992, in un articolo pubblicato sulla rivista “Property Week”, si parlava di un “nuovo rivoluzionario sistema britannico in grado di localizzare un indirizzo con un margine d'errore di un metro”, relativo ad alcune carte geografiche che dovevano essere digitalizzate, e si spiegava che “soltanto 34mila erano già databased”.
Nel 1992 un articolo pubblicato sulla rivista Marketing parla di packaging ecologico e spiega che la catena B&Q sta raccogliendo informazioni dai fornitori e le sta “databasing”.
Quest'anno ho individuato rari usi di questa forma verbale, tra le quali una pubblicazione della New Mexico State University Arthropod Museum al riguardo di studenti che “are databasing and imaging” l'intera raccolta (stanno inserendo nelle banche dati le informazioni e le immagini di scansione elettronica).

Il secondo verbo intrigante l'ho trovato in “Rewire”, un libro che parla di diversità, in riferimento a leader che “promuovono e ‘role model'(diventano modelli) del comportamento desiderato”. “To role model” (essere presi a modello) è un verbo usato di frequente? Sì, soprattutto negli Stati Uniti. Nel 1985 un articolo del Los Angeles Times sul diffondersi del panico per l'herpes virus nelle scuole citava uno psicologo che diceva: “Gli adulti stanno ‘role modelling' l'isteria”.

Quest'anno ho letto questo verbo molte volte negli Stati Uniti. Tra altri, Melinda Gates ha detto a “Forbes”: “Alle mie figlie dico di continuo che devono farsi sentire in questo mondo, ed è diventato evidente che devo ‘role model' io (assumere per loro il ruolo di modello)”. Ma altrove non l'ho visto usare molto.

Ho individuato il mio terzo verbo la settimana scorsa a Londra quando due persone, un banchiere e un collega, lo hanno usato a distanza di una sola settimana. Entrambi hanno detto che avrebbero dovuto “noodle” (improvvisare) a proposito di qualcosa. Il verbo “noodle” è già presente nei dizionari e sta a indicare un'improvvisazione su uno strumento musicale. La gente però ha iniziato a utilizzarlo anche nel significato di “fare quattro passi”. Uno scrittore britannico lo ha utilizzato così: “Noodling around Sunset Boulevard” (passeggiare dalle parti di Sunset Boulevard). Altrettanto comune questo verbo sta diventando nell'accezione in cui l'ho sentito utilizzare io, col significato di “rifletterci, pensarci su”, pur essendo seguito da una sorprendente gamma di preposizioni: “noodling through (attraverso) le informazioni”, “cercando di noodle around (intorno) qualche idea”, e “dobbiamo noodle over” (sopra). Mi interesserebbe conoscerne altri usi e collocazioni. Se vi capita di sentirne uno, “noodle on it” e fatemelo sapere.

michael.skapinker@ft.com
Traduzione di Anna Bissanti
© THE FINANCIAL TIMES LTD 2015 FT

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