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Il territorio dei tecnopoli

l’emilia romagna degli innovatori

Il territorio dei tecnopoli

«Diciassettemila lire. Questo mi costava al mese l’affitto nella canonica di Quarto Inferiore di Bologna. Don Giuseppe mi diceva: ingegnere, me li dà quando può». Romano Volta ha fondato così nel 1972 la Datalogic, che oggi fattura 600 milioni di euro, ha 2.850 dipendenti, il 10% dei ricavi in R&S e 1.024 brevetti. La sua storia spiega bene il rapporto – virtuoso – fra la domanda delle imprese e la risposta del pubblico. Prima di tutto in Emilia-Romagna, ma anche in Italia.

«Prima di andare in affitto da Don Giuseppe, ero un assistente universitario a Bologna. Alcuni imprenditori bolognesi vennero a porre un problema pratico: l’esigenza di un controllo elettronico per l’automazione dei processi industriali. I decani del dipartimento li orientarono da me. Mi misi subito a lavorare», ricorda Volta mentre sta tornando in azienda dopo la seconda giornata del Viaggio nell’Italia che innova trascorsa al MAST di Bologna.

Poi, l’ulteriore passo in avanti, industriale e tecnologico: l’invenzione del lettore ottico del codice a barre. «Il primo bip – dice Volta – è avvenuto su una nostra macchina in un giorno d’aprile del 1974, in un negozio di Detroit, con un pacchetto di gomme della Perfetti».

Oggi Datalogic ha accordi con il Mit di Boston, la Oregon University e l’Università di Bologna. «Siamo bravi. Le nostre università, nonostante tutto, funzionano. Dobbiamo smettere di piangerci addosso. Ero un giovane ingegnere di Bologna, lavoravo all’università di Bologna, sono venuti imprenditori di Bologna a pormi una domanda, a Bologna ho fondato la mia azienda», elenca Volta. Per dire che il sistema italiano, nella dialettica fra la componente dell’economia privata e la componente dello spazio pubblico, può funzionare.

L’Emilia-Romagna, peraltro, è un luogo particolare. Con una particolare vocazione all’incontro fra la mano pubblica – nelle sue forme più disparate – e la mano privata. Non è poco quello che qui è a disposizione dei nuovi artigiani digitali – i così detti “makers”- e degli industriali di più antica tradizionale. Risorse finanziarie e strutture. Tecnopoli, incubatori e Fab-Lab. In un contesto finanziario né taccagno né spendaccione, ma solido e accurato. Oltre un miliardo di euro di investimenti pubblici nell’innovazione. In grado di provocare un effetto leva di uno a tre: dunque, di attivarne quasi tre e mezzo nelle imprese private.

Nell’Emilia-Romagna in cui le policy regionali sono un elemento essenziale della costituzione sociale ed economica – allo stesso tempo struttura storica e infrastruttura verso il futuro - gli 1,1 miliardi che verranno iniettati nel tessuto produttivo, da qui al 2020, sono soldi veri. Per il 60% sono di fonte regionale, per il 30% comunitaria e per il 10% nazionale.

Nella dinamica fra politiche industriali e sistema delle imprese, l’obiettivo è quello di creare le condizioni per riuscire a suturare le ferite provocate dalla crisi, facendo tornare lo stock di capitale e l’occupazione ai livelli pre-crisi. Una operazione delicata: si fa precipitare oltre un miliardo di euro su attività innovative e infrastrutturali (dal capitale umano allo sviluppo telematico, fino alla R&S) e si auspica che questo miliardo abbondante generi nei progetti privati altri tre miliardi e mezzo di euro di investimenti così da riuscire a migliorare ulteriormente il volto di un sistema economico, come quello emiliano-romagnolo, che ha già un profilo votato a tutto questo: secondo le proiezioni econometriche della Regione, la quota sul totale addetti dei ricercatori occupati nelle imprese dovrebbe salire dallo 0,35% allo 0,76 per cento.

La spesa totale dell’innovazione sul Pil regionale dovrebbe salire dall’1,43% all’1,96%, il tasso di disoccupazione dovrebbe scendere dall’8,5% al 3,8 per cento. Il tasso di natalità delle imprese nei settori ad alta intensità di conoscenza dovrebbe salire dal 7,5% al 9,7 per cento. E, così, gli investimenti fissi lordi potrebbero aumentare da 19,5 miliardi a 23 miliardi di euro, il livello precrisi.

In una simile miscela di recupero di condizioni pre-recessione e di nuova spinta innovativa, il sistema nervoso che dovrebbe trasmettere queste particolari pulsazioni è rappresentato, in Emilia Romagna, anche dai 19 Tecnopoli, con i loro 2.500 ricercatori, e dai 16 fra incubatori e Fab-Lab. Con i Tecnopoli lavorano molte delle 3.500 imprese di solida tradizione tecno-industriale che, secondo l’Istat, attuano stabilmente investimenti in Ricerca e Sviluppo. Negli incubatori si trovano 300 imprese con circa 1.500 addetti. Qui si trovano molte delle start-up (secondo l’ufficio studi di Intesa Sanpaolo, 1,34 ogni mille imprese contro le 0,93 della media italiana) e molti degli spin-off universitari (107 alla fine dell’anno scorso). Nei Fab-Lab di Modena, Rimini e Bologna i così detti makers – i nuovi artigiani digitali – sperimentano la manifattura e i servizi a 3D. In più, da un anno sono operative le 14 Fondazioni ITS in cui università, imprese e scuole superiori offrono formazione post-diploma in grado di rinverdire la tradizione dei periti che, dagli anni Cinquanta, hanno industrializzato questo pezzo d’Italia.

In un contesto tanto articolato, l’infrastruttura pubblica si incrocia e si innesta con l’evoluzione antropologica imprenditoriale. Modernità e tradizione. Le colline dolci e la pianura fertile dell’Emilia-Romagna. I capannoni e i laboratori. L’industria e il cuore contadino. «Un giorno siamo andati alla Banca del seme dell’Istituto di Cerealicoltura di Sant’Angelo Lodigiano e abbiamo iniziato a studiare le antiche varietà di cereali, ormai scomparse», dice con umile orgoglio Silvio Grassi della Molino Grassi di Parma. Oggi la sua impresa ha trovato un suo nuovo spazio nel segmento del biologico.

«La scienza e il marketing – riflette Silvio Grassi – sono cose molto utili». C’è, dunque, il cambiamento tecnologico e la mutazione delle strategia. Un esempio di questa commistione, in un ambiente economico e tecno-manifatturiero determinato dalla miscela di pubblico-privato, è quello della Energica Motor Company di Modena, una start-up con 35 addetti che ha omologato il suo prodotto – una moto totalmente elettrica – negli Stati Uniti e nella Unione Europea e che il 16 dicembre si quoterà all’Aim. Dice l’amministratrice delegata Livia Cevolini: «L’innovazione di una moto elettrica è coerente con questa nostra terra. Moto e macchine le abbiamo nel sangue. Certo, la quotazione immediata di una start-up è, rispetto alla nostra tradizione, qualcosa di abbastanza nuovo». E sorride con affettuosa ironia per la sua terra che cambia.

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